"Nel mondo non ci sono mai state due opinioni uguali. non più di quanto ci siano mai stati due capelli o due grani identici: la qualità più universale è la diversità."
domenica 18 settembre 2011
No al taglio dell’assistenza!
La Manovra bis è stata approvata il giorno 14 settembre 2011. È stata, quindi, sospesa l’iniziativa di invio di messaggi promossa da FISH e FAND. Ringraziamo le 23.329 persone che in dieci giorni hanno aderito a questa forma civile di protesta. Un numero elevatissimo che dimostra quanto vivida sia la preoccupazione fra i Cittadini italiani riguardo alla sorte delle politiche sociali italiane. La FISH mantiene forte l’attenzione sull’iter del disegno di legge di delega sulla riforma assistenziale e si prepara a nuove e decise iniziative che avranno, ancora una volta, necessità del supporto di tutti.
Nella caotica ed incerta situazione che avvolge la discussione sulla Manovra bis, una sola decisione sembra intoccabile: la riforma fiscale e assistenziale che consenta di drenare 40 miliardi in tre anni dalle tasche delle famiglie e dai servizi alle persone.
La riforma dell’assistenza che è necessaria nel nostro Paese non è certo quella che il Governo propone. Servizi migliori, più efficienti e vicini ai diritti e ai bisogni delle persone, moderni e volti all’inclusione anziché alla segregazione, sono lontanissimi dalla volontà di chi intende comprimere ancora l’assistenza sociale, piegandola alle esigenze di cassa, sacrificandola per evitare di assumere decisioni che possano disturbare altre e più forti categorie di cittadini.
Le Federazioni delle associazioni delle persone con disabilità (FAND e FISH), rifiutano recisamente questa ipotesi che prelude al confinamento e all’esclusione di disabili, bambini in difficoltà, non autosufficienti.
Le Federazioni, coscienti del momento politico, avanzano una sola richiesta: sganciare la riforma assistenziale da ogni automatico vincolo pregiudiziale di cassa fissato dalla Manovra di luglio (Legge 111) e drammaticamente confermata da quella in discussione. Non si faccia cassa sui servizi alle persone!
Le Federazioni chiamano a raccolta non solo tutti gli aderenti, ma anche, al di là delle sigle e degli schieramenti, ogni persona con coscienza civile che abbia a cuore il futuro del nostro Paese e la sua coesione sociale. Chiedono a tutti di supportare e rafforzare la loro azione politica, e le altre proteste simili diffuse in tutta Italia, facendo sentire la voce di ognuno.
Abbiamo predisposto un semplice modulo che consente ad ognuno di aderire all’iniziativa, inviando automaticamente la conseguente protesta alla Presidenza del Consiglio, ai Ministri dell’economia e del Lavoro e ai diversi responsabili delle Commissioni parlamentari coinvolti nella discussione.
Non ci sarà mai crescita in un Paese insensibile a chi è rimasto o può rimanere indietro, in un Paese disattento a chi subisce discriminazioni e gode meno opportunità!
1 settembre 2011
FAND (Federazione fra le Associazioni Nazionali delle persone con Disabilità)
FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap)
Quello che segue è il testo sottoscritto ed inviato da 23.329 persone che riportiamo come documentazione.
al Presidente del Consiglio dei Ministri
al Ministro dell’economia
al Ministro del lavoro e delle politiche sociali
ai Capigruppo parlamentari del Senato
e ai segretari dei Partiti Politici
Oggetto: Manovra: sganciare la riforma dell’assistenza dai vincoli di cassa.
Sono un Cittadino e vorrei che questo Paese ponesse nella dovuta attenzione i diritti e le necessità di tutte le persone come ci insegna la nostra Costituzione.
Come si può pensare alla crescita e alla coesione sociale in un Paese insensibile a chi è rimasto o rischia di rimanere indietro, in un Paese che non presta la giusta e doverosa attenzione alle persone anziane, ai bambini in difficoltà, alle persone con disabilità, ai non autosufficienti?
Come si può immaginare l’uguaglianza in un Paese disattento alla discriminazione e alle pari opportunità?
Ritengo che la spesa sociale non possa essere determinata da logiche di cassa, né che i diritti civili ed umani possano essere sacrificati per compiacere interessi diversi.
In questi giorni il Parlamento è chiamato ad affrontare la discussione sulla Manovra Bis (Decreto legge 138/2011).
Fra le ipotesi al vaglio – e finora da nessuno contestata apertamente – c’è anche la volontà di varare una riforma assistenziale e fiscale con l’unico intento di recuperare 40 miliardi da qui al 2014.
La riforma dell’assistenza che è necessaria nel nostro Paese, non è certo quella che il Governo propone. Servizi migliori, più efficienti e vicini ai diritti e ai bisogni delle persone, moderni e volti all’inclusione anziché alla segregazione, sono lontanissimi dalla volontà di chi intende comprimere ancora l’assistenza sociale, piegandola alle esigenze di cassa, sacrificandola per evitare di prendere decisioni che possano disturbare altre e più forti categorie di Cittadini.
Unendomi alle preoccupazioni diffuse nel Paese e alle giuste proteste di tante parti sociali, come Cittadino chiedo di sganciare la riforma assistenziale da ogni automatico vincolo pregiudiziale di cassa come invece prevede la Manovra di luglio (Legge 111), drammaticamente confermata da quella in discussione.
Non si faccia cassa sui servizi alle persone!
Attendo una coerente e tempestiva risposta politica nel Suo comportamento parlamentare, e su questo, da Cittadino, la giudicherò.
domenica 28 agosto 2011
"Se questo è un uomo"....
Non riescono a risparmiare e i loro consumi superano le entrate, sia pur di poco. Oggi nel 38 per cento dei casi vivono al di sotto della soglia di povertà, contro la media italiana che è pari al 12,1 per cento. E' l'identikit delle famiglie di origine straniera che abitano nel nostro Paese, come emerge da un'indagine della fondazione Leone Moressa.
Il reddito annuo di una famiglia straniera ammonta mediamente a 17.400 euro contro i quasi 33mila di una italiana. Novanta famiglie immigrate su 100 hanno un reddito che deriva da lavoro dipendente (contro il 40 per cento di quelle italiane). Solo il 7.7 per cento degli stranieri ha un lavoro autonomo e appena il 6 per cento ha un reddito che deriva da capitale (contro il 21.7 della media italiana). Insomma, il profilo economico e finanziario di chi arriva nel nostro Paese è ancora diversissimo da chi ci è nato. Le famiglie straniere d'altra parte destinano buona parte delle loro entrate alle spese mensili per la casa, visto che il 79,1 per cento vive in affitto, il 9,6 per cento è in uso gratuito e solo l'11,3 per cento ha una casa di proprietà (quasi 72 italiani su 100, invece, possiedono la casa in cui abitano).
I consumi degli stranieri si attestano a 17.700 euro, contro i 24 mila euro delle famiglie italiane. Il livello di risparmio degli immigrati è dunque addirittura negativo (meno 362 euro) e a questo dato contribuiscono le rimesse che vengono destinate ai Paesi d'origine. Per quanto riguarda i consumi, invece, il comportamento degli immigrati
è molto simile a quello degli italiani: la quasi totalità delle spese è destinata a beni non durevoli: 94,9 per cento per le famiglie straniere contro il 93,1 delle italiane. Il resto all'acquisto di beni durevoili: 5,1 per cento per gli immigrati, 6,9 per gli italiani.
E quelle poche famiglie straniere che riescono a risparmiare, cosa fanno dei loro soldi? La quasi totalità li versa su un conto corrente bancario (79,6%), pochissime ricorrono a obbligazioni (1,3%), titoli di stato (0,1%) o altre forme di investimento (1,3%). Le famiglie italiane invece, sebbene l'89,5% lasci comunque depositati parte dei propri soldi sul conto corrente, mostrano maggiore varietà di investimento. Nell'11,6% dei casi possiedono obbligazioni o quote di fondi comuni, nel 9,7% titoli di stato, mentre quasi il 20% investe in altre forme (come azioni, partecipazioni, gestioni patrimoniali e prestiti a cooperative).
Secondo i ricercatori della fondazione Leone Moressa, la struttura del reddito degli immigrati conferma come loro rappresentino l'anello debole del mercato del lavoro. La crisi economica, con la perdita del posto, rischia infatti di privarli dell'unica entrata su cui possono sostanzialmente contare, quella da lavoro dipendente. Oltre a condannarli a perdere il soggiorno nel nostro Paese. Se il trend della disoccupazione non invertirà la rotta, insomma, molti altri finiranno sotto la soglia di povertà.
sabato 27 agosto 2011
Così la manovra cancella
Il vero segnale del declino politico e culturale del Paese è il posto che in questi giorni di teso dibattito sulla manovra occupa il tema occupazione, in particolare occupazione giovanile. Parliamo di tutto, dei tagli selvaggi a Comuni e Regioni, del cosiddetto contributo di solidarietà, se deve essere commisurato ai redditi o ai patrimoni. Si parla e si è parlato di tutto tranne che di lavoro. Il problema numero uno del Paese è la sua ridotta base occupazionale che ci pone all’ultimo posto in Europa.
La dura realtà è che in Italia lavorano solo 56 cittadini tra i 15-64 anni ogni 100, contro una media del 65% in Europa e del 70% nei Paesi del Nord: Germania, Olanda, Danimarca, Svezia e Finlandia. Questo significa che all’Italia mancano quasi tre milioni di posti lavoro per essere un Paese allineato all’Europa. L’ultima indagine di Confartigianato fotografa una situazione nota a tutti tranne che ai soloni che hanno progettato la manovra. Naturalmente all’interno di queste cifre disastrose di cui nessuno del governo si preoccupa c’è il dramma dei giovani: 1 milione e 400mila gli under 35 disoccupati ed ancora peggio va ai ragazzi sino a 24 anni. In questa fascia uno su tre è senza lavoro con un tasso di disoccupazione quasi del 30% contro una media Ue del 20%. Il problema italiano del più basso tasso di occupazione (occupati sulla popolazione 15-64 anni) europeo non è di oggi ma si è ingigantito grazie alle politiche antisviluppo e soprattutto anti occupazione di questo governo.
Perché solo in Italia lo straordinario costa meno dell’orario normale mentre in Francia e Germania costa almeno il 25% in più? Perché la Germania ha tenuto sotto controllo i livelli occupazionali anche negli anni peggiori della crisi - 2008, 2009, 2010 - favorendo orari ridotti mentre in Italia anche gli strumenti esistenti come i contratti di solidarietà sono stati applicati poco e male? Perché nell’ampio e confuso dibattito in corso sulla manovra si parla di tutto tranne che di misure efficaci per rilanciare uno straccio di sviluppo e di occupazione? Assistiamo ad una confusa discussione su eventuali contributi di solidarietà da chiedere a chi più ha ma niente si vede all’orizzonte per eventuali e necessari utilizzi di queste risorse a fini di rilancio dell’occupazione, giovanile e complessiva.
La fantasia si può sbizzarrire: ad esempio una minitassa dell’1% sui grandi patrimoni, tirando in ballo solo quel 10% di famiglie che possiedono il 45% degli 8.400 miliardi di ricchezza privata darebbe più di 10 miliardi che potrebbero andare a defiscalizzare il costo lavoro dei giovani under 35, chiedendo un contributo minimo di 10mila euro a ogni famiglia benestante ma dando un contributo significativo all’occupazione, giovanile e non.
Quando ci si lamenta della difficoltà di imprese anche artigiane di reperire mano d’opera operaia qualificata, si dovrebbe meditare sulla svalutazione sistematica del lavoro operaio, in salari e diritti - come viene fatto anche con questa manovra - senza dimenticare che parliamo di dimensioni diverse tra disoccupati e carenza di offerta di lavoro: i primi sono milioni, i secondi non arrivano a 100mila. Bisognerebbe anche meditare sul doppio mercato del lavoro che ha richiamato 4 milioni di immigrati tra il 2000 ed il 2010. Il mercato del lavoro di bassa manualità è così mal trattato che ad esso rispondono solo gli immigrati, mentre la domanda di lavoro di media ed alta qualità è bassa perché il tasso di innovazione e tecnologico del sistema Italia è basso.
Scuola, cultura, ricerca ed innovazione non sono mai state nell’agenda prioritaria di questo governo, col risultato che sia le produzioni innovative che i posti lavoro qualificati sono carenti ed alimentano un doppio mercato del lavoro: nel biennio 2008-20010 l’occupazione si è ridotta di più di 500mila unità ma l’occupazione italiana si è ridotta di 800mila mentre quella straniera è aumentata di 300mila. È il comportamento classico di un mercato del lavoro stanco e asfittico, dove finisce per funzionare abbastanza bene solo il ricambio di lavori di bassa e media qualifica, quando i vecchi vanno in pensione.
L’Italia non cresce e invecchia male: da anni facciamo quasi la metà di figli dei francesi e nessuna politica pro lavoro, pro giovani e pro famiglia. Se non cogliamo l’occasione della manovra per cercare di ovviare al più grave problema economico e sociale, il basso livello di occupazione complessivo e la condanna al lavoro precario dei giovani, anche ricorrendo a tutte le risorse private che il Paese possiede, significa proprio che non abbiamo capito niente delle forze che muovono il mondo globalizzato: il sapere e l’innovazione che, dovunque nel mondo, sono portati avanti soprattutto dai giovani.
di Nicola Cacace
La dura realtà è che in Italia lavorano solo 56 cittadini tra i 15-64 anni ogni 100, contro una media del 65% in Europa e del 70% nei Paesi del Nord: Germania, Olanda, Danimarca, Svezia e Finlandia. Questo significa che all’Italia mancano quasi tre milioni di posti lavoro per essere un Paese allineato all’Europa. L’ultima indagine di Confartigianato fotografa una situazione nota a tutti tranne che ai soloni che hanno progettato la manovra. Naturalmente all’interno di queste cifre disastrose di cui nessuno del governo si preoccupa c’è il dramma dei giovani: 1 milione e 400mila gli under 35 disoccupati ed ancora peggio va ai ragazzi sino a 24 anni. In questa fascia uno su tre è senza lavoro con un tasso di disoccupazione quasi del 30% contro una media Ue del 20%. Il problema italiano del più basso tasso di occupazione (occupati sulla popolazione 15-64 anni) europeo non è di oggi ma si è ingigantito grazie alle politiche antisviluppo e soprattutto anti occupazione di questo governo.
Perché solo in Italia lo straordinario costa meno dell’orario normale mentre in Francia e Germania costa almeno il 25% in più? Perché la Germania ha tenuto sotto controllo i livelli occupazionali anche negli anni peggiori della crisi - 2008, 2009, 2010 - favorendo orari ridotti mentre in Italia anche gli strumenti esistenti come i contratti di solidarietà sono stati applicati poco e male? Perché nell’ampio e confuso dibattito in corso sulla manovra si parla di tutto tranne che di misure efficaci per rilanciare uno straccio di sviluppo e di occupazione? Assistiamo ad una confusa discussione su eventuali contributi di solidarietà da chiedere a chi più ha ma niente si vede all’orizzonte per eventuali e necessari utilizzi di queste risorse a fini di rilancio dell’occupazione, giovanile e complessiva.
La fantasia si può sbizzarrire: ad esempio una minitassa dell’1% sui grandi patrimoni, tirando in ballo solo quel 10% di famiglie che possiedono il 45% degli 8.400 miliardi di ricchezza privata darebbe più di 10 miliardi che potrebbero andare a defiscalizzare il costo lavoro dei giovani under 35, chiedendo un contributo minimo di 10mila euro a ogni famiglia benestante ma dando un contributo significativo all’occupazione, giovanile e non.
Quando ci si lamenta della difficoltà di imprese anche artigiane di reperire mano d’opera operaia qualificata, si dovrebbe meditare sulla svalutazione sistematica del lavoro operaio, in salari e diritti - come viene fatto anche con questa manovra - senza dimenticare che parliamo di dimensioni diverse tra disoccupati e carenza di offerta di lavoro: i primi sono milioni, i secondi non arrivano a 100mila. Bisognerebbe anche meditare sul doppio mercato del lavoro che ha richiamato 4 milioni di immigrati tra il 2000 ed il 2010. Il mercato del lavoro di bassa manualità è così mal trattato che ad esso rispondono solo gli immigrati, mentre la domanda di lavoro di media ed alta qualità è bassa perché il tasso di innovazione e tecnologico del sistema Italia è basso.
Scuola, cultura, ricerca ed innovazione non sono mai state nell’agenda prioritaria di questo governo, col risultato che sia le produzioni innovative che i posti lavoro qualificati sono carenti ed alimentano un doppio mercato del lavoro: nel biennio 2008-20010 l’occupazione si è ridotta di più di 500mila unità ma l’occupazione italiana si è ridotta di 800mila mentre quella straniera è aumentata di 300mila. È il comportamento classico di un mercato del lavoro stanco e asfittico, dove finisce per funzionare abbastanza bene solo il ricambio di lavori di bassa e media qualifica, quando i vecchi vanno in pensione.
L’Italia non cresce e invecchia male: da anni facciamo quasi la metà di figli dei francesi e nessuna politica pro lavoro, pro giovani e pro famiglia. Se non cogliamo l’occasione della manovra per cercare di ovviare al più grave problema economico e sociale, il basso livello di occupazione complessivo e la condanna al lavoro precario dei giovani, anche ricorrendo a tutte le risorse private che il Paese possiede, significa proprio che non abbiamo capito niente delle forze che muovono il mondo globalizzato: il sapere e l’innovazione che, dovunque nel mondo, sono portati avanti soprattutto dai giovani.
di Nicola Cacace
domenica 31 luglio 2011
L'APPELLO
Sono giorni che alcuni uomini e donne stanno protestando, facendo lo sciopero della fame, contro l'abbandono dello Stato e delle Istituzioni.
Questa è una lettera da firmare e inviare ai rappresentanti politici.
Una lettera al Presidente Napolitano, prima tappa per una campagna nazionale: dare risposte ai cittadini lucani e pugliesi e cambiare la legge nazionale per garantire i diritti di tutti i cittadini italiani….
Al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano
e, p.c,
Al Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi
Al Ministro dell’Economia e delle Finanze, Giulio Tremonti
Caro Sig. Presidente,
apprendo che due gruppi di cittadini lucani e pugliesi (a Serramarina di
Metaponto ed a Marina di Ginosa) stanno tenendo un duro sciopero della fame dal
22 Luglio per denunciare che a 5 mesi dall’esondazione di ben 5 fiumi lo Stato
li ha abbandonati; Maria, Patrizia, Domenico, Adele, Ernesto ed Agostino sono
parte di una comunità ferita e sono organizzati in un Comitato democratico di
cittadini ed associazioni che ne difendono le ragioni ed hanno a cuore la difesa
del territorio
Da cinque mesi stanno denunciando la gravità della loro situazione: non hanno
alcuna ipotesi di risarcimenti e nel loro territorio ferito dalle alluvioni non
vengono eseguiti nemmeno gli interventi minimi di messa in sicurezza lasciando i
fiumi con gli argini sfondati, le infrastrutture stravolte ed esponendo le
comunità a nuovi disastri per le prossime piogge.
Lamentano che l’alluvione del 1° Marzo scorso che ha colpito le loro terre è
accaduta qualche giorno dopo l’entrata in vigore del decreto mille proroghe che
dal 26 febbraio 2011 modifica la legislazione vigente in materia di disastri
naturali, dunque sono i primi cittadini italiani a sperimentarne gli effetti.
Secondo questa nuova norma le Regioni dovrebbero “pagarsi i costi dei disastri
naturali” e lo dovrebbero fare “alzando le tasse regionali”. Diverse Regioni
hanno rifiutato l’idea di aumentare le tasse ai propri cittadini per pagarsi i
danni dei disastri naturali e contro questa norma si sono manifestati molti
pronunciamenti e da più parti politiche. Sette regioni italiane, fra cui la
Puglia e la Basilicata, hanno sollevato difetto di costituzionalità e la corte
costituzionale, si esprimerà il 10 Gennaio 2012.
Si è aperto, così, un conflitto istituzionale e politico che sta tenendo
bloccata la possibilità di avere risposte; il Governo non emette l’ordinanza
dovuta e, dunque, non sono possibili misure straordinarie necessarie, non è
possibile spendere risorse degli Enti locali comprese le Regioni per i noti
vincoli del patto di stabilità e non è possibile impostare un serio piano che
affronti le emergenze ed imposti la fuoriuscita dalla crisi.
I cittadini colpiti non possono attendere fino al prossimo anno, né pagare i
prezzi del contenzioso politico ed istituzionale quando questo lede diritti
fondamentali.
La garanzia che, in caso di disastro naturale, siano soddisfatti i diritti ai
risarcimenti per quanti sono stati colpiti ed alla messa in sicurezza è uno
degli elementi fondanti della tenuta stessa della solidarietà nazionale.
Dal primo marzo 2011, invece, questi diritti sono nei fatti negati per effetto
della norma contenuta nel decreto milleproroghe che lascia i cittadini in una
situazione ormai insostenibile ed umiliante per la loro stessa dignità. In
diversi ancora vivono in albergo o ospitati da amici e famigliari, le aziende
agricole che hanno perso la produzione, le scorte o gli impianti non possono
fare fronte agli impegni finanziari ed alle scadenze, le aziende turistiche
stanno affrontando la stagione in condizioni fortemente compromesse, i
lavoratori perdono il lavoro.
Soprattutto, però, se non si fanno urgentemente lavori di messa in sicurezza del
territorio, con gli argini dei fiumi sfondati e le infrastrutture indebolite, le
prossime piogge d’autunno porteranno inevitabilmente ben altri disastri.
Le chiedo di intervenire per garantire che le risposte siano date.
Occorre il primo passo, che è sempre stato adottato precedentemente dopo la
dichiarazione di stato d’emergenza: che sia emessa l’ordinanza da parte del
Presidente del Consiglio dei Ministri di nomina del commissario e di
stanziamento delle prime risorse per avviare il processo di intervento con
almeno le iniziative più urgenti. Le Regioni Basilicata e Puglia nelle more che
la corte costituzionale si esprima, hanno dichiarato la disponibilità ad
intervenire con proprie risorse se pur in maniera parziale e nei limiti delle
loro disponibilità.
A troppi mesi dal Primo Marzo 2011 non c’è più alcun motivo perché non si trovi
una soluzione per i cittadini ed il territorio e perché si risponda alle
aspettative della comunità ferita.
Per tutto questo, Le chiedo di intervenire perché si compiano i passi dovuti per
garantire i diritti dei cittadini colpiti dagli eventi del Primo Marzo scorso
ma, anche, perché voglia valutare la possibilità di richiamare l’attenzione del
Parlamento sulla necessità di intervenire con una modifica delle norme assunte
con il decreto milleproroghe del 2011 che cambiano la modalità degli interventi
in caso di dichiarazioni di stato d’emergenza.
Lo sciopero della fame in corso segnala, infatti, una grande questione nazionale
che riguarda tutti i cittadini italiani: se questi sono gli effetti del cambio
della norma voluta dal milleproroghe, allora in Italia quando accadranno frane,
alluvioni, terremoti i cittadini rimarranno senza risposte.
Con osservanza e stima,
Antonella Melillo
http://www.terrejoniche.net/?p=554#more-554
http://tracieloemandarini.blogspot.com/search/label/Qui%20lo%20dico%20e%20qui%20non%20lo%20nego
Questa è una lettera da firmare e inviare ai rappresentanti politici.
Una lettera al Presidente Napolitano, prima tappa per una campagna nazionale: dare risposte ai cittadini lucani e pugliesi e cambiare la legge nazionale per garantire i diritti di tutti i cittadini italiani….
Al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano
e, p.c,
Al Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi
Al Ministro dell’Economia e delle Finanze, Giulio Tremonti
Caro Sig. Presidente,
apprendo che due gruppi di cittadini lucani e pugliesi (a Serramarina di
Metaponto ed a Marina di Ginosa) stanno tenendo un duro sciopero della fame dal
22 Luglio per denunciare che a 5 mesi dall’esondazione di ben 5 fiumi lo Stato
li ha abbandonati; Maria, Patrizia, Domenico, Adele, Ernesto ed Agostino sono
parte di una comunità ferita e sono organizzati in un Comitato democratico di
cittadini ed associazioni che ne difendono le ragioni ed hanno a cuore la difesa
del territorio
Da cinque mesi stanno denunciando la gravità della loro situazione: non hanno
alcuna ipotesi di risarcimenti e nel loro territorio ferito dalle alluvioni non
vengono eseguiti nemmeno gli interventi minimi di messa in sicurezza lasciando i
fiumi con gli argini sfondati, le infrastrutture stravolte ed esponendo le
comunità a nuovi disastri per le prossime piogge.
Lamentano che l’alluvione del 1° Marzo scorso che ha colpito le loro terre è
accaduta qualche giorno dopo l’entrata in vigore del decreto mille proroghe che
dal 26 febbraio 2011 modifica la legislazione vigente in materia di disastri
naturali, dunque sono i primi cittadini italiani a sperimentarne gli effetti.
Secondo questa nuova norma le Regioni dovrebbero “pagarsi i costi dei disastri
naturali” e lo dovrebbero fare “alzando le tasse regionali”. Diverse Regioni
hanno rifiutato l’idea di aumentare le tasse ai propri cittadini per pagarsi i
danni dei disastri naturali e contro questa norma si sono manifestati molti
pronunciamenti e da più parti politiche. Sette regioni italiane, fra cui la
Puglia e la Basilicata, hanno sollevato difetto di costituzionalità e la corte
costituzionale, si esprimerà il 10 Gennaio 2012.
Si è aperto, così, un conflitto istituzionale e politico che sta tenendo
bloccata la possibilità di avere risposte; il Governo non emette l’ordinanza
dovuta e, dunque, non sono possibili misure straordinarie necessarie, non è
possibile spendere risorse degli Enti locali comprese le Regioni per i noti
vincoli del patto di stabilità e non è possibile impostare un serio piano che
affronti le emergenze ed imposti la fuoriuscita dalla crisi.
I cittadini colpiti non possono attendere fino al prossimo anno, né pagare i
prezzi del contenzioso politico ed istituzionale quando questo lede diritti
fondamentali.
La garanzia che, in caso di disastro naturale, siano soddisfatti i diritti ai
risarcimenti per quanti sono stati colpiti ed alla messa in sicurezza è uno
degli elementi fondanti della tenuta stessa della solidarietà nazionale.
Dal primo marzo 2011, invece, questi diritti sono nei fatti negati per effetto
della norma contenuta nel decreto milleproroghe che lascia i cittadini in una
situazione ormai insostenibile ed umiliante per la loro stessa dignità. In
diversi ancora vivono in albergo o ospitati da amici e famigliari, le aziende
agricole che hanno perso la produzione, le scorte o gli impianti non possono
fare fronte agli impegni finanziari ed alle scadenze, le aziende turistiche
stanno affrontando la stagione in condizioni fortemente compromesse, i
lavoratori perdono il lavoro.
Soprattutto, però, se non si fanno urgentemente lavori di messa in sicurezza del
territorio, con gli argini dei fiumi sfondati e le infrastrutture indebolite, le
prossime piogge d’autunno porteranno inevitabilmente ben altri disastri.
Le chiedo di intervenire per garantire che le risposte siano date.
Occorre il primo passo, che è sempre stato adottato precedentemente dopo la
dichiarazione di stato d’emergenza: che sia emessa l’ordinanza da parte del
Presidente del Consiglio dei Ministri di nomina del commissario e di
stanziamento delle prime risorse per avviare il processo di intervento con
almeno le iniziative più urgenti. Le Regioni Basilicata e Puglia nelle more che
la corte costituzionale si esprima, hanno dichiarato la disponibilità ad
intervenire con proprie risorse se pur in maniera parziale e nei limiti delle
loro disponibilità.
A troppi mesi dal Primo Marzo 2011 non c’è più alcun motivo perché non si trovi
una soluzione per i cittadini ed il territorio e perché si risponda alle
aspettative della comunità ferita.
Per tutto questo, Le chiedo di intervenire perché si compiano i passi dovuti per
garantire i diritti dei cittadini colpiti dagli eventi del Primo Marzo scorso
ma, anche, perché voglia valutare la possibilità di richiamare l’attenzione del
Parlamento sulla necessità di intervenire con una modifica delle norme assunte
con il decreto milleproroghe del 2011 che cambiano la modalità degli interventi
in caso di dichiarazioni di stato d’emergenza.
Lo sciopero della fame in corso segnala, infatti, una grande questione nazionale
che riguarda tutti i cittadini italiani: se questi sono gli effetti del cambio
della norma voluta dal milleproroghe, allora in Italia quando accadranno frane,
alluvioni, terremoti i cittadini rimarranno senza risposte.
Con osservanza e stima,
Antonella Melillo
http://www.terrejoniche.net/?p=554#more-554
http://tracieloemandarini.blogspot.com/search/label/Qui%20lo%20dico%20e%20qui%20non%20lo%20nego
martedì 28 giugno 2011
IL CORAGGIO DELLE DONNE:CONCITA DE GREGORIO
Nel segno della chiarezza
È trascorsa quasi una settimana dal giorno in cui insieme all’editore vi ho annunciato che avrei lasciato la guida dell’Unità e sento il bisogno di non far passare altro tempo per ringraziare tutti coloro che in questi giorni hanno scritto al nostro giornale e a me. Migliaia di persone alle quali non mi sarà possibile, se non in piccola parte, rispondere individualmente come vorrei: un’ondata di affetto che ci ha travolti fatta di messaggi, video, link su youtube, lettere di carta, persino telegrammi come si usava una volta, disegni di bambini, post su Facebook e poesie. Vecchie e nuove generazioni, ciascuna col suo linguaggio, ci hanno dato una testimonianza di calore e di stima per il lavoro di questi tre anni, per il cammino fatto insieme, che da sola giustifica le fatiche e l’impegno collettivo. Insieme alle lodi e all’affetto in molti hanno espresso qualche preoccupazione, domandato un supplemento di spiegazioni.
Come sapete non ho mai tenuto in conto, salvo che in rarissime e gravi eccezioni, gli attacchi scomposti della destra che sempre si qualifica da sola per quel che è con il suo carico di dossier fatti di voci anonime, lettere autoprodotte, falsi plateali spacciati per documenti, sussurri rancorosi assurti a verità e conditi nel caso specifico dell’opportuna dose di misoginia volgare. Anche questa volta non sono mancate le bordate ma d’altra parte lo sapete, viviamo ai tempi in cui Bisignani regna, non un appalto un incarico una quota di pubblicità si danno se non passano da quella regia e noi che ce ne siamo tenuti ben alla larga: anche per questo paghiamo pegno. Per non aver chinato la testa alle eminenze nere e ai signori degli affari. Il nostro giornale non porta quella macchia. Non è ai picchiatori e agli scherani del potere della destra che mi rivolgo dunque, naturalmente, ma a quanti fra i nostri lettori hanno espresso dubbi, chiesto rassicurazioni.
In primo luogo: questo giornale non conosce censure. Sotto la mia guida non ne ha subite da parte di alcuno, non ne ha esercitate. Capisco chi ci sia chi della persecuzione ha fatto la sua professione non avendo altro talento da spendere ma i fatti parlano: si può domandare a Marco Travaglio e a Claudio Fava, a Luigi De Magistris e a Sergio Staino, a don Filippo di Giacomo e a Lidia Ravera, a Francesca Fornario e Francesco Piccolo. Neppure i commenti sul web sono filtrati dalla moderazione: entrano tutti, in automatico. I nomi che ho citato esprimono sensibilità lontane tra loro, come vedete. Chi ha lavorato qui non ha mai subito pressione alcuna. Chi ha deciso di andare lo ha fatto per legittime aspirazioni professionali o economiche, in qualche caso perché ha avanzato richieste che non potevamo esaudire. Chi è arrivato, per contro, da Pippo Del Bono a Margherita Hack, da Michela Murgia ad Ascanio Celestini, da Nicola Piovani a Loretta Napoleoni lo ha fatto per passione, accettando quelle condizioni. Nessuna censura è stata mai esercitata su di noi, d’altro canto. Né da parte dell’editore né da parte del Partito Democratico.
Non sono mancate, lo abbiamo scritto con Renato Soru, critiche a questo o quel numero del giornale da parte di qualche dirigente, come ad ogni latitudine accade. Sono venute da tutte le componenti del partito il che è di per se una garanzia di equilibrio. D’altro canto moltissimi sono stati i riconoscimenti, personali e pubblici, degli esponenti di un partito che in questi tre anni ha cambiato tre volte segretario, ha affrontato le primarie e varie tornate elettorali con le tensioni che ne conseguono: hanno trovato costante spazio qui tutti coloro che hanno voluto esprimere il loro pensiero, dal preziosissimo Alfredo Reichlin che ci aiutato spesso a trovare la rotta ai più giovani dirigenti delle diverse anime del partito: Francesca Puglisi per la scuola e Stefano Fassina con Vincenzo Visco per l’economia, Livia Turco sui temi dell’immigrazione e Vittoria Franco su quelli delle donne, Ivan Scalfarotto e Paola Concia sulle diversità, Enrico Letta sulla politica e i diritti individuali, Sandra Zampa e Matteo Orfini, Sandro Gozi e Pietro Ichino, Pippo Civati e Susanna Cenni, moltissimi altri, tutti coloro che hanno voluto. Luigi Manconi ha portato il suo spirito libero. Goffredo Fofi la sua critica. Angelo Guglielmi i suoi libri. I più giovani, da Andrea Satta a Tobia Zevi ci hanno parlato del tempo in cui viviamo.
Nessuno può dunque credere che questo luogo libero e felice di incontro fosse ai suoi protagonisti sgradito a meno di non andare contro la logica e l’evidenza. Le tesi complottiste si spengono al cospetto dei fatti. I fatti sono che il nostro giornale ha attraversato due anni di stato di crisi, una ristrutturazione aziendale avvenuta all’unisono con quella di tutti gli altri grandi quotidiani, che ci ha costretti a lavorare in grande economia di mezzi e a chiedere alla redazione il sacrificio della cassa integrazione a rotazione per consentire ai più anziani di raggiungere il limite dell’età pensionabile, oltre il quale tutti quelli che lo desideravano sono stati mantenuti al lavoro con contratti di collaborazione. Nessuna delle energie storiche è andata dispersa. Al contempo però, e di questo ho parlato molte volte in pubblico e in privato con Susanna Camusso, la legge che regola le ristrutturazioni aziendali prevede che per prima cosa cessino i contratti flessibili, a tempo indeterminato.
L’Unità non ha mai licenziato nessuno, in questi tre anni: semplicemente, in base alla legge, non ha potuto rinnovare i contratti atipici che come ciascuno sa sono quelli con cui negli ultimi anni sono stati assunti tutti i più giovani. È una normativa che penalizza le generazioni in entrata e tende a creare conflitti generazionali. Nell’anno in cui abbiamo potuto farlo abbiamo firmato contratti a termine a ragazzi che hanno avuto qui una tribuna che li ha portati, in base alle loro capacità e ai loro talenti, ad ottenere in seguito interessanti e prestigiosi incarichi. Moltissimi di loro, anche molti tra i collaboratori, ce ne rendono in questi giorni atto. Alle parole e alle denunce di chi non conosco non posso rispondere.
È falso che abbiamo chiuso le cronache locali, al contrario ho messo le mie dimissioni sul tavolo nel momento difficile della discussione sulle edizioni di Firenze e Bologna, che sono state rilanciate sotto la regia di Pietro Spataro. Così come ho combattuto per le sostituzioni maternità che abbiamo coperto, sempre, tutte.
Ora che il ciclo si è chiuso, al 31 maggio la faticosissima stagione della Cig è finita, il giornale è pronto per un rilancio. A ciascuno la sua stagione. Io credo di aver portato il lavoro sin qui, con l’aiuto di Giovanni Maria Bellu di Luca Landò e della redazione intera, in condizioni di mare in tempesta. Credo anche che l’investimento fortemente voluto dall’editore sul web, che ha quintuplicato il suo traffico – 150 mila amici su Facebook, un luogo che si chiama ComUnità straordinario e vivacissimo, punte di due milioni di utenti unici – sia stato ancora una volta un esempio di quanto l’azienda e la redazione siano state capaci di trasformare le difficoltà in opportunità, guardando lontano.
Io credo che oggi - e le mobilitazioni degli ultimi mesi, i risultati delle amministrative e dei referendum ci danno ragione – sia davvero cambiato il tempo e sia quello il luogo dove ha senso proseguire una battaglia di rinnovamento del Paese. Anche quello. Credo che sia legittimo che io vi dica che le vecchie logiche spesso non offrono più le condizioni di libertà e di autonomia che le nuove generazioni a buon diritto pretendono. Che in questo momento di transizione verso il futuro, insieme alla conservazione di un patrimonio storico – quello che abbiamo traghettato sin qui, insieme al suo archivio centenario, portandolo nel presente – ci sia bisogno che chi ha forze e passione per farlo investa in nuove scommesse, come dico da tempo. Lavorare all’Unità è stato un privilegio, questi anni un investimento che ci ha portati dove voi eravate: proviamo per una volta a non demolire ciò che abbiamo costruito, ad avere rispetto del giornale e di noi stessi, a non farci distrarre dalle grida di chi – debole e ormai alla fine – vorrebbe trascinarci nella polvere con sé. La nostra forza è quella che gli altri non conoscono e non sanno decifrare: la disinteressata passione, la trasparenza di chi non è in vendita, il coraggio di rischiare.
24 giugno 2011
È trascorsa quasi una settimana dal giorno in cui insieme all’editore vi ho annunciato che avrei lasciato la guida dell’Unità e sento il bisogno di non far passare altro tempo per ringraziare tutti coloro che in questi giorni hanno scritto al nostro giornale e a me. Migliaia di persone alle quali non mi sarà possibile, se non in piccola parte, rispondere individualmente come vorrei: un’ondata di affetto che ci ha travolti fatta di messaggi, video, link su youtube, lettere di carta, persino telegrammi come si usava una volta, disegni di bambini, post su Facebook e poesie. Vecchie e nuove generazioni, ciascuna col suo linguaggio, ci hanno dato una testimonianza di calore e di stima per il lavoro di questi tre anni, per il cammino fatto insieme, che da sola giustifica le fatiche e l’impegno collettivo. Insieme alle lodi e all’affetto in molti hanno espresso qualche preoccupazione, domandato un supplemento di spiegazioni.
Come sapete non ho mai tenuto in conto, salvo che in rarissime e gravi eccezioni, gli attacchi scomposti della destra che sempre si qualifica da sola per quel che è con il suo carico di dossier fatti di voci anonime, lettere autoprodotte, falsi plateali spacciati per documenti, sussurri rancorosi assurti a verità e conditi nel caso specifico dell’opportuna dose di misoginia volgare. Anche questa volta non sono mancate le bordate ma d’altra parte lo sapete, viviamo ai tempi in cui Bisignani regna, non un appalto un incarico una quota di pubblicità si danno se non passano da quella regia e noi che ce ne siamo tenuti ben alla larga: anche per questo paghiamo pegno. Per non aver chinato la testa alle eminenze nere e ai signori degli affari. Il nostro giornale non porta quella macchia. Non è ai picchiatori e agli scherani del potere della destra che mi rivolgo dunque, naturalmente, ma a quanti fra i nostri lettori hanno espresso dubbi, chiesto rassicurazioni.
In primo luogo: questo giornale non conosce censure. Sotto la mia guida non ne ha subite da parte di alcuno, non ne ha esercitate. Capisco chi ci sia chi della persecuzione ha fatto la sua professione non avendo altro talento da spendere ma i fatti parlano: si può domandare a Marco Travaglio e a Claudio Fava, a Luigi De Magistris e a Sergio Staino, a don Filippo di Giacomo e a Lidia Ravera, a Francesca Fornario e Francesco Piccolo. Neppure i commenti sul web sono filtrati dalla moderazione: entrano tutti, in automatico. I nomi che ho citato esprimono sensibilità lontane tra loro, come vedete. Chi ha lavorato qui non ha mai subito pressione alcuna. Chi ha deciso di andare lo ha fatto per legittime aspirazioni professionali o economiche, in qualche caso perché ha avanzato richieste che non potevamo esaudire. Chi è arrivato, per contro, da Pippo Del Bono a Margherita Hack, da Michela Murgia ad Ascanio Celestini, da Nicola Piovani a Loretta Napoleoni lo ha fatto per passione, accettando quelle condizioni. Nessuna censura è stata mai esercitata su di noi, d’altro canto. Né da parte dell’editore né da parte del Partito Democratico.
Non sono mancate, lo abbiamo scritto con Renato Soru, critiche a questo o quel numero del giornale da parte di qualche dirigente, come ad ogni latitudine accade. Sono venute da tutte le componenti del partito il che è di per se una garanzia di equilibrio. D’altro canto moltissimi sono stati i riconoscimenti, personali e pubblici, degli esponenti di un partito che in questi tre anni ha cambiato tre volte segretario, ha affrontato le primarie e varie tornate elettorali con le tensioni che ne conseguono: hanno trovato costante spazio qui tutti coloro che hanno voluto esprimere il loro pensiero, dal preziosissimo Alfredo Reichlin che ci aiutato spesso a trovare la rotta ai più giovani dirigenti delle diverse anime del partito: Francesca Puglisi per la scuola e Stefano Fassina con Vincenzo Visco per l’economia, Livia Turco sui temi dell’immigrazione e Vittoria Franco su quelli delle donne, Ivan Scalfarotto e Paola Concia sulle diversità, Enrico Letta sulla politica e i diritti individuali, Sandra Zampa e Matteo Orfini, Sandro Gozi e Pietro Ichino, Pippo Civati e Susanna Cenni, moltissimi altri, tutti coloro che hanno voluto. Luigi Manconi ha portato il suo spirito libero. Goffredo Fofi la sua critica. Angelo Guglielmi i suoi libri. I più giovani, da Andrea Satta a Tobia Zevi ci hanno parlato del tempo in cui viviamo.
Nessuno può dunque credere che questo luogo libero e felice di incontro fosse ai suoi protagonisti sgradito a meno di non andare contro la logica e l’evidenza. Le tesi complottiste si spengono al cospetto dei fatti. I fatti sono che il nostro giornale ha attraversato due anni di stato di crisi, una ristrutturazione aziendale avvenuta all’unisono con quella di tutti gli altri grandi quotidiani, che ci ha costretti a lavorare in grande economia di mezzi e a chiedere alla redazione il sacrificio della cassa integrazione a rotazione per consentire ai più anziani di raggiungere il limite dell’età pensionabile, oltre il quale tutti quelli che lo desideravano sono stati mantenuti al lavoro con contratti di collaborazione. Nessuna delle energie storiche è andata dispersa. Al contempo però, e di questo ho parlato molte volte in pubblico e in privato con Susanna Camusso, la legge che regola le ristrutturazioni aziendali prevede che per prima cosa cessino i contratti flessibili, a tempo indeterminato.
L’Unità non ha mai licenziato nessuno, in questi tre anni: semplicemente, in base alla legge, non ha potuto rinnovare i contratti atipici che come ciascuno sa sono quelli con cui negli ultimi anni sono stati assunti tutti i più giovani. È una normativa che penalizza le generazioni in entrata e tende a creare conflitti generazionali. Nell’anno in cui abbiamo potuto farlo abbiamo firmato contratti a termine a ragazzi che hanno avuto qui una tribuna che li ha portati, in base alle loro capacità e ai loro talenti, ad ottenere in seguito interessanti e prestigiosi incarichi. Moltissimi di loro, anche molti tra i collaboratori, ce ne rendono in questi giorni atto. Alle parole e alle denunce di chi non conosco non posso rispondere.
È falso che abbiamo chiuso le cronache locali, al contrario ho messo le mie dimissioni sul tavolo nel momento difficile della discussione sulle edizioni di Firenze e Bologna, che sono state rilanciate sotto la regia di Pietro Spataro. Così come ho combattuto per le sostituzioni maternità che abbiamo coperto, sempre, tutte.
Ora che il ciclo si è chiuso, al 31 maggio la faticosissima stagione della Cig è finita, il giornale è pronto per un rilancio. A ciascuno la sua stagione. Io credo di aver portato il lavoro sin qui, con l’aiuto di Giovanni Maria Bellu di Luca Landò e della redazione intera, in condizioni di mare in tempesta. Credo anche che l’investimento fortemente voluto dall’editore sul web, che ha quintuplicato il suo traffico – 150 mila amici su Facebook, un luogo che si chiama ComUnità straordinario e vivacissimo, punte di due milioni di utenti unici – sia stato ancora una volta un esempio di quanto l’azienda e la redazione siano state capaci di trasformare le difficoltà in opportunità, guardando lontano.
Io credo che oggi - e le mobilitazioni degli ultimi mesi, i risultati delle amministrative e dei referendum ci danno ragione – sia davvero cambiato il tempo e sia quello il luogo dove ha senso proseguire una battaglia di rinnovamento del Paese. Anche quello. Credo che sia legittimo che io vi dica che le vecchie logiche spesso non offrono più le condizioni di libertà e di autonomia che le nuove generazioni a buon diritto pretendono. Che in questo momento di transizione verso il futuro, insieme alla conservazione di un patrimonio storico – quello che abbiamo traghettato sin qui, insieme al suo archivio centenario, portandolo nel presente – ci sia bisogno che chi ha forze e passione per farlo investa in nuove scommesse, come dico da tempo. Lavorare all’Unità è stato un privilegio, questi anni un investimento che ci ha portati dove voi eravate: proviamo per una volta a non demolire ciò che abbiamo costruito, ad avere rispetto del giornale e di noi stessi, a non farci distrarre dalle grida di chi – debole e ormai alla fine – vorrebbe trascinarci nella polvere con sé. La nostra forza è quella che gli altri non conoscono e non sanno decifrare: la disinteressata passione, la trasparenza di chi non è in vendita, il coraggio di rischiare.
24 giugno 2011
lunedì 27 giugno 2011
Ricerca Swg indagine sulla condizione operaia in Italia Indagine di Swg per il Partito Democratico sul lavoro: analisi del quadro socio-anagrafico, delle condizioni di lavoro e dei riflessi dovuti alla crisi economica
pubblicato il 17 giugno 2011
Il quadro socio-anagrafico
La ‘società operaia’ è prevalentemente maschile in quanto gli uomini risultano essere il doppio delle donne. Vale la pensa segnalare alcune differenze in base al genere:
- Le donne operaie sono presenti soprattutto nei servizi, 73% dei casi contro un 38% di uomini che lavorano invece prevalentemente nell’industria (39%) o nel settore costruzioni (18%) dove non si registra una presenza femminile di rilievo
- la presenza operaia femminile risulta sottomedia nelle regioni del mezzogiorno dove raggiunge il 20%, contro un 57% impiegata al Nord. Gli operai maschi nelle regioni meridionali sono invece il 30%.
- Il 64% delle donne ha una qualifica di operaio comune (contro il 28% degli uomini) e solo il 26% risulta specializzato.
- La metà del campione svolge le proprie mansioni all’interno di una fabbrica (quota probabilmente inferiore di qualche punto percentuale rispetto alla distribuzione reale) e all’interno di tale segmento risulta prevalente la componente maschile (73% contro il 27% di donne)
- Non si segnalano invece significative differenze di genere per quanto riguarda la tipologia contrattuale e oltre l’80% ha un contratto a tempo indeterminato
L’età media di inizio lavoro è intorno ai 19 anni: la maggioranza dichiara di aver iniziato tra i 15 ed i 18 anni (42%) in particolare hanno incominciato presto coloro che sono impiegati nel settore edile (63%). La media si abbassa a 17 anni per gli over 55 dove il 41% dichiara di esser andato a lavorare prima dei 15 anni. La scolarizzazione obbligatoria delle generazioni successive ha elevato l’età d’inizio, infatti per il 48% dei più giovani la soglia si innalza tra i 19 ed i 25anni.
Le condizioni di lavoro
Le ore medie di lavoro sono intorno alle 37 ore settimanali: 39,3 per i maschi e 32,7 per le donne, 38,4 per chi lavora in fabbrica e 35,8 per chi è impiegato in altre strutture. La retribuzione media mensile (1.100 euro) registra uno scarto di 380 euro tra uomini e
donne e di altrettanto tra operai comuni e specializzati.
Chi lavora in fabbrica guadagna mediamente quasi 200 euro più di chi non vi lavora e altrettanto consistente è lo scarto tra quanti sono impiegati nelle piccole aziende dove lo stipendio è inferiore ai 1000 euro e quanti operano in aziende con più di 250 addetti dove lo stipendio medio è di quasi 1200 euro.
In un terzo dei casi è prevista la possibilità di un contratto integrativo aziendale: a godere di questo trattamento sono il settore industriale (40%), le aziende di grandi dimensioni (55%), quelle del Nord (37%, solo 29% nel mezzogiorno) gli operai specializzati (41%) e quanti lavorano in fabbrica (43%).
La percentuale di quanti percepiscono una quota aggiutiva di salario risulta pari al 30% evidenziando anche in questo caso significative differenze sia di genere (35% gli uomini contro il 21% delle donne), che di settore (40% tra coloro che lavorano nell’industria) sia in relazione alle dimensioni dell’azienda (42% nelle aziende più grandi contro il 22% delle piccole). In poco più della metà dei casi la quota aggiuntiva è il frutto di una trattativa azienda-sindacati. Si tratta di una formula utilizzata principalmente nelle aziende mediograndi con più di 50 dipendenti (68%) e in quelle di grandi dimensioni (82%).
A trovare invece la cifra inserita in busta paga, a mo’ di cadeau, senza alcuna contrattazione (30%) sono soprattutto le donne (42%), coloro che lavorano nelle aziende più piccole (64%) e gli operai comuni, non qualificati.
L’ammontare medio annuale della retribuzione accessoria è pari a 277 euro che diventa 300 per gli uomini e 200 per le donne. Praticamente non esiste per chi lavora nel settore agricolo, raggiunge i livelli più alti nell’industria (circa 330 €) ed i più bassi nel settore costruzioni (128€). Gli operai qualificati sono quelli che riescono a portare a casa il premio più alto che si aggira intorno ai 337 €. La maggioranza degli interpellati ritiene comunque che la retribuzione aggiuntiva, poiché premia il merito del singolo, andrebbe trattata a livello individuale e non collettivo (41%). A sostenerlo sono soprattutto coloro che avendo una specializzazzione hanno anche la possibilità di performance migliori (48%), si aggiungono a questi anche gli operai delle piccole aziende (49%), quelli dell’industria (44%) ed i giovani under 35 (45%).
La valutazione delle condizioni lavorative attuali fa sì che 3 intervistati su 4 si dichiarino soddisfatti del proprio lavoro, soddisfazione che cresce proporzionalmente al livello di specializzazione: dal 67% di operai comuni a cui piace il proprio lavoro si passa all’ 80% di quelli specializzati. Il gradimento appare maggiore tra coloro che non lavorano in fabbrica ed è più
accentuato tra quanti svolgono le loro mansioni nel settore agricolo (86% contro il 71% dell’industria). Non sempre soddisfazione e benefici economici vanno però di pari passo e anche se il lavoro piace, quasi la metà degli operai vorrebbe poter contare su un reddito più elevato.
Le aspettative della categoria sono rivolte non tanto ad ottenere un maggior riconoscimento sociale o gratificazione personale, quanto a migliorare il livello economico (48%) e, in seconda istanza, a poter contare su una maggior sicurezza per il futuro (27%). La necessità di un incremento di reddito appare prioritaria soprattutto per le donne, gli operai del Nord, quanti lavorano nei servizi e svolgono le loro mansioni nelle grandi aziende e godono di contratti a tempo indeterminato. I lavoratori del settore agricolo e delle costruzioni, gli atipici - proprio per le condizioni di precarietà o instabilità che contraddistinguono il contratto o il settore cui appartengono - preferirebbero invece poter contare su maggiori garanzie future.
La percezione di quella che è la propria condizione economica familiare fa emergere un quadro in cui solo un terzo dichiara di trovarsi in una condizione di serenità e decisamente piccola è la quota di quanti possono permettersi di definire agiato il proprio status (3%). La metà sostiene di vivere economicamente in una condizione di precarietà mentre appare preoccupante il segmento, pari al 15%, che si percepisce addirittura indigente. Date queste premesse non stupisce che le richieste di miglioramento economico provengano soprattutto da coloro che versano in condizioni difficili di precarietà o indigenza (55%). Per contro chi ha un bilancio familiare più sereno può guardare avanti, permettersi di pensare al futuro o alle gratificazioni professionali.
Solo il 30% del campione gode della soddisfazione di svolgere un lavoro qualificato le cui esperienze sono riconosciute. Si tratta di un privilegio di cui godono prevalentemente gli uomini più che le donne (36% contro 22%), coloro che lavorano nelle costruzioni (61%) ed in aziende di piccole (40%) e medie (41%) dimensioni e gli operai qualificati (40%). E mentre un 27% ha un lavoro che non richiede particolari capacità e competenze, il 43% impiega esperienze professionali che spesso non vengono riconosciute. All’interno di questo segmento troviamo le risposte di operai del settore agricolo (51%), specializzati (48%) e impiegati nella grande industria (54%).
Il 61% del campione si dichiara tranquillo per quanto concerne la sicurezza lavorativa (molto+abbastanza).A sostenerlo sono soprattutto gli operai del Nord (67%), coloro che operano nei servizi (68%), in fabbrica (65%), operai qualificati e specializzati (69 e 65%) e quanti hanno un contratto a tempo indeterminato (67%).
Tuttavia non è affatto marginale la quota di quanti sentono di non poter contare sulla sicurezza dell’impiego. Si tratta infatti del 39% della categoria, che evidenzia le sacche di insicurezza più profonde tra gli operai over 55 (46%), tra quelli delle regioni del centro sud (50-45%), tra quanti lavorano nei settori agricolo (62%) e nelle costruzioni (57%), tra gli addetti delle piccole aziende (52%) e ovviamente tra coloro che hanno contratti a tempo determinato (59%) o sono atipici (79%). Tale senso di insicurezza oltre che su condizioni oggettive – difficoltà aziendali o contratti precari – fonda le sue radici in un generale senso di incertezza e sulla convinzione della generale scarsa sicurezza di tutti i posti di lavoro (46% pari al 18% del campione).
I timori che investono la categoria rispetto alle prospettive future si incentrano sia su tematiche più a lungo termine quali l’angoscia di non poter usufruire di una pensione adeguata (36%) sia su questioni più contingenti legate alla paura di perdere il posto di lavoro e di conseguenza il reddito (52%).
Sono soprattutto gli operai del settore agricolo ad essere preoccupati dell’adeguatezza della loro pensione (55%) così come lo sono coloro che sono più vicini a momento di ritiro dal lavoro come gli over 55 (56%). La paura di perdere il lavoro e di conseguenza non poter contare sulla continuità del reddito risulta invece più marcata tra gli operai del settore edile (68%) e tra i
lavoratori atipici.
La crisi economica
Il giudizio sulla crisi rivela le forti preoccupazioni della settore: il 93% la considera grave (molto +abbastanza) e la valutazione appare trasversale a tutti i settori e categorie. Secondo gli operai quasi 7 aziende su 10 hanno risentito gli effetti della crisi economica, che ha investito con maggior violenza le fabbriche e le aziende di dimensioni medio piccole e tutti i settori, anche se i servizi sembrano averne risentito meno degli altri (59%).
Più della metà dei lavoratori ha subito dei disagi a seguito della crisi, in particolare coloro che lavorano in fabbrica, nei settori dell’industria e delle costruzioni, gli uomini più delle donne, e quanti vivono e lavorano nelle regioni del mezzogiorno.
La principale conseguenza è stato un periodo di cassa integrazione (22%) che ha colpito soprattutto gli uomini (28%), i lavoratori dell’industria (38%) e delle costruzioni (42%) e quanti lavorano in fabbrica (32%) e gli addetti delle aziende di grandi dimensioni (28%); non si registrano invece differenze significative a livello territoriale a segnale che la crisi si è spalmata
con uguale intensità in tutte le regioni.
Fermo restando che secondo quasi la metà degli intervistati (47%) le aziende hanno usato la crisi per risolvere problemi preesistenti, il giudizio sulla capacità di risposte alla crisi salvano le aziende ma non i sindacati. Infatti mentre la maggioranza dichiara che l’azienda ha risposto bene alle difficoltà sorte con la crisi (72% molto + abbastanza bene), solo un terzo valuta positivamente quanto hanno fatto i sindacati. Particolarmente duro il giudizio fornito da chi opera nel settore agricolo (69% male) e nell’industria (60%).
Il quadro socio-anagrafico
La ‘società operaia’ è prevalentemente maschile in quanto gli uomini risultano essere il doppio delle donne. Vale la pensa segnalare alcune differenze in base al genere:
- Le donne operaie sono presenti soprattutto nei servizi, 73% dei casi contro un 38% di uomini che lavorano invece prevalentemente nell’industria (39%) o nel settore costruzioni (18%) dove non si registra una presenza femminile di rilievo
- la presenza operaia femminile risulta sottomedia nelle regioni del mezzogiorno dove raggiunge il 20%, contro un 57% impiegata al Nord. Gli operai maschi nelle regioni meridionali sono invece il 30%.
- Il 64% delle donne ha una qualifica di operaio comune (contro il 28% degli uomini) e solo il 26% risulta specializzato.
- La metà del campione svolge le proprie mansioni all’interno di una fabbrica (quota probabilmente inferiore di qualche punto percentuale rispetto alla distribuzione reale) e all’interno di tale segmento risulta prevalente la componente maschile (73% contro il 27% di donne)
- Non si segnalano invece significative differenze di genere per quanto riguarda la tipologia contrattuale e oltre l’80% ha un contratto a tempo indeterminato
L’età media di inizio lavoro è intorno ai 19 anni: la maggioranza dichiara di aver iniziato tra i 15 ed i 18 anni (42%) in particolare hanno incominciato presto coloro che sono impiegati nel settore edile (63%). La media si abbassa a 17 anni per gli over 55 dove il 41% dichiara di esser andato a lavorare prima dei 15 anni. La scolarizzazione obbligatoria delle generazioni successive ha elevato l’età d’inizio, infatti per il 48% dei più giovani la soglia si innalza tra i 19 ed i 25anni.
Le condizioni di lavoro
Le ore medie di lavoro sono intorno alle 37 ore settimanali: 39,3 per i maschi e 32,7 per le donne, 38,4 per chi lavora in fabbrica e 35,8 per chi è impiegato in altre strutture. La retribuzione media mensile (1.100 euro) registra uno scarto di 380 euro tra uomini e
donne e di altrettanto tra operai comuni e specializzati.
Chi lavora in fabbrica guadagna mediamente quasi 200 euro più di chi non vi lavora e altrettanto consistente è lo scarto tra quanti sono impiegati nelle piccole aziende dove lo stipendio è inferiore ai 1000 euro e quanti operano in aziende con più di 250 addetti dove lo stipendio medio è di quasi 1200 euro.
In un terzo dei casi è prevista la possibilità di un contratto integrativo aziendale: a godere di questo trattamento sono il settore industriale (40%), le aziende di grandi dimensioni (55%), quelle del Nord (37%, solo 29% nel mezzogiorno) gli operai specializzati (41%) e quanti lavorano in fabbrica (43%).
La percentuale di quanti percepiscono una quota aggiutiva di salario risulta pari al 30% evidenziando anche in questo caso significative differenze sia di genere (35% gli uomini contro il 21% delle donne), che di settore (40% tra coloro che lavorano nell’industria) sia in relazione alle dimensioni dell’azienda (42% nelle aziende più grandi contro il 22% delle piccole). In poco più della metà dei casi la quota aggiuntiva è il frutto di una trattativa azienda-sindacati. Si tratta di una formula utilizzata principalmente nelle aziende mediograndi con più di 50 dipendenti (68%) e in quelle di grandi dimensioni (82%).
A trovare invece la cifra inserita in busta paga, a mo’ di cadeau, senza alcuna contrattazione (30%) sono soprattutto le donne (42%), coloro che lavorano nelle aziende più piccole (64%) e gli operai comuni, non qualificati.
L’ammontare medio annuale della retribuzione accessoria è pari a 277 euro che diventa 300 per gli uomini e 200 per le donne. Praticamente non esiste per chi lavora nel settore agricolo, raggiunge i livelli più alti nell’industria (circa 330 €) ed i più bassi nel settore costruzioni (128€). Gli operai qualificati sono quelli che riescono a portare a casa il premio più alto che si aggira intorno ai 337 €. La maggioranza degli interpellati ritiene comunque che la retribuzione aggiuntiva, poiché premia il merito del singolo, andrebbe trattata a livello individuale e non collettivo (41%). A sostenerlo sono soprattutto coloro che avendo una specializzazzione hanno anche la possibilità di performance migliori (48%), si aggiungono a questi anche gli operai delle piccole aziende (49%), quelli dell’industria (44%) ed i giovani under 35 (45%).
La valutazione delle condizioni lavorative attuali fa sì che 3 intervistati su 4 si dichiarino soddisfatti del proprio lavoro, soddisfazione che cresce proporzionalmente al livello di specializzazione: dal 67% di operai comuni a cui piace il proprio lavoro si passa all’ 80% di quelli specializzati. Il gradimento appare maggiore tra coloro che non lavorano in fabbrica ed è più
accentuato tra quanti svolgono le loro mansioni nel settore agricolo (86% contro il 71% dell’industria). Non sempre soddisfazione e benefici economici vanno però di pari passo e anche se il lavoro piace, quasi la metà degli operai vorrebbe poter contare su un reddito più elevato.
Le aspettative della categoria sono rivolte non tanto ad ottenere un maggior riconoscimento sociale o gratificazione personale, quanto a migliorare il livello economico (48%) e, in seconda istanza, a poter contare su una maggior sicurezza per il futuro (27%). La necessità di un incremento di reddito appare prioritaria soprattutto per le donne, gli operai del Nord, quanti lavorano nei servizi e svolgono le loro mansioni nelle grandi aziende e godono di contratti a tempo indeterminato. I lavoratori del settore agricolo e delle costruzioni, gli atipici - proprio per le condizioni di precarietà o instabilità che contraddistinguono il contratto o il settore cui appartengono - preferirebbero invece poter contare su maggiori garanzie future.
La percezione di quella che è la propria condizione economica familiare fa emergere un quadro in cui solo un terzo dichiara di trovarsi in una condizione di serenità e decisamente piccola è la quota di quanti possono permettersi di definire agiato il proprio status (3%). La metà sostiene di vivere economicamente in una condizione di precarietà mentre appare preoccupante il segmento, pari al 15%, che si percepisce addirittura indigente. Date queste premesse non stupisce che le richieste di miglioramento economico provengano soprattutto da coloro che versano in condizioni difficili di precarietà o indigenza (55%). Per contro chi ha un bilancio familiare più sereno può guardare avanti, permettersi di pensare al futuro o alle gratificazioni professionali.
Solo il 30% del campione gode della soddisfazione di svolgere un lavoro qualificato le cui esperienze sono riconosciute. Si tratta di un privilegio di cui godono prevalentemente gli uomini più che le donne (36% contro 22%), coloro che lavorano nelle costruzioni (61%) ed in aziende di piccole (40%) e medie (41%) dimensioni e gli operai qualificati (40%). E mentre un 27% ha un lavoro che non richiede particolari capacità e competenze, il 43% impiega esperienze professionali che spesso non vengono riconosciute. All’interno di questo segmento troviamo le risposte di operai del settore agricolo (51%), specializzati (48%) e impiegati nella grande industria (54%).
Il 61% del campione si dichiara tranquillo per quanto concerne la sicurezza lavorativa (molto+abbastanza).A sostenerlo sono soprattutto gli operai del Nord (67%), coloro che operano nei servizi (68%), in fabbrica (65%), operai qualificati e specializzati (69 e 65%) e quanti hanno un contratto a tempo indeterminato (67%).
Tuttavia non è affatto marginale la quota di quanti sentono di non poter contare sulla sicurezza dell’impiego. Si tratta infatti del 39% della categoria, che evidenzia le sacche di insicurezza più profonde tra gli operai over 55 (46%), tra quelli delle regioni del centro sud (50-45%), tra quanti lavorano nei settori agricolo (62%) e nelle costruzioni (57%), tra gli addetti delle piccole aziende (52%) e ovviamente tra coloro che hanno contratti a tempo determinato (59%) o sono atipici (79%). Tale senso di insicurezza oltre che su condizioni oggettive – difficoltà aziendali o contratti precari – fonda le sue radici in un generale senso di incertezza e sulla convinzione della generale scarsa sicurezza di tutti i posti di lavoro (46% pari al 18% del campione).
I timori che investono la categoria rispetto alle prospettive future si incentrano sia su tematiche più a lungo termine quali l’angoscia di non poter usufruire di una pensione adeguata (36%) sia su questioni più contingenti legate alla paura di perdere il posto di lavoro e di conseguenza il reddito (52%).
Sono soprattutto gli operai del settore agricolo ad essere preoccupati dell’adeguatezza della loro pensione (55%) così come lo sono coloro che sono più vicini a momento di ritiro dal lavoro come gli over 55 (56%). La paura di perdere il lavoro e di conseguenza non poter contare sulla continuità del reddito risulta invece più marcata tra gli operai del settore edile (68%) e tra i
lavoratori atipici.
La crisi economica
Il giudizio sulla crisi rivela le forti preoccupazioni della settore: il 93% la considera grave (molto +abbastanza) e la valutazione appare trasversale a tutti i settori e categorie. Secondo gli operai quasi 7 aziende su 10 hanno risentito gli effetti della crisi economica, che ha investito con maggior violenza le fabbriche e le aziende di dimensioni medio piccole e tutti i settori, anche se i servizi sembrano averne risentito meno degli altri (59%).
Più della metà dei lavoratori ha subito dei disagi a seguito della crisi, in particolare coloro che lavorano in fabbrica, nei settori dell’industria e delle costruzioni, gli uomini più delle donne, e quanti vivono e lavorano nelle regioni del mezzogiorno.
La principale conseguenza è stato un periodo di cassa integrazione (22%) che ha colpito soprattutto gli uomini (28%), i lavoratori dell’industria (38%) e delle costruzioni (42%) e quanti lavorano in fabbrica (32%) e gli addetti delle aziende di grandi dimensioni (28%); non si registrano invece differenze significative a livello territoriale a segnale che la crisi si è spalmata
con uguale intensità in tutte le regioni.
Fermo restando che secondo quasi la metà degli intervistati (47%) le aziende hanno usato la crisi per risolvere problemi preesistenti, il giudizio sulla capacità di risposte alla crisi salvano le aziende ma non i sindacati. Infatti mentre la maggioranza dichiara che l’azienda ha risposto bene alle difficoltà sorte con la crisi (72% molto + abbastanza bene), solo un terzo valuta positivamente quanto hanno fatto i sindacati. Particolarmente duro il giudizio fornito da chi opera nel settore agricolo (69% male) e nell’industria (60%).
Senza soldi non ci sono indipendenza, libertà, dignità per i giovani: guai a confondere il lavoro col volontariato
Intervento di Eleonora Voltolina alla Coferenza Nazionale per il Lavoro del PD
pubblicato il 17 giugno 2011
Oggi vengo a parlarvi di soldi – di quei soldi che i giovani italiani non vedono, perchè incastrati in quello che è stato definito il lavoro low cost. stageE vi parlo di soldi partendo da un articolo della nostra Costituzione, il numero 36, che dice che «il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa». La dignità è un concetto che più volte è emerso nel corso di questa giornata di convegno; ma i giovani italiani spesso lavorano percependo retribuzioni al di sotto della soglia di dignità, o non percependone affatto. Il lavoro così viene confuso con il volontariato, una sovrapposizione gravissima e molto pericolosa. In particolare la Repubblica degli Stagisti monitora la fase di passaggio dalla formazione al lavoro: per inquadrare il problema, si calcoli che ci sono in Italia oggi circa 500mila stagisti all’anno, e un numero di praticanti non ben definito ma superiore a 100mila, forse 200mila, forse addirittura 300mila. In oltre la metà dei casi non percepiscono un euro di rimborso spese.
Vi sono poi i giovani inquadrati come lavoratori autonomi: quelli che lo sono davvero, i professionisti, spesso guadagnano meno di 10mila euro all’anno, un dato emerso da una recente indagine Ires. E poi ci sono gli autonomi che mascherano lavoro dipendente: falsi cocopro e false partite Iva, che oltre che sottoinquadrati sono nella maggior parte anche sottopagati.
Con quale risultato? Che i giovani pesano sulle famiglie, alimentando un circolo vizioso che azzera il conflitto generazionale. Conflitto che, anche se qualcuno la pensa diversamente, molte volte è utile anzi indispensabile per permettere ai figli di fare scelte per conto proprio, perfino in contrasto con i genitori. Basti pensare a chi sogna di fare un mestiere che i genitori non approvano: se si è costretti a farsi mantenere dai genitori, quelli avranno sempre voce in capitolo in ogni scelta, e non sarà facile porsi in contrasto con chi paga affitto e bollette. Un cordone ombelicale che impedisce ai giovani di diventare adulti. Il fatto che dipendano così a lungo dalle loro famiglie ricrea tra l’altro una sorta di classismo, blocca la mobilità sociale; solo chi ha una famiglia abbiente alle spalle può infatti permettersi lunghi anni di gavetta non pagata, o pagata pochissimo. Quelli che non hanno la famiglia a sostenerli, finisce spesso che debbano abbandonare i propri sogni professionali.
Senza soldi, senza autonomia economica, non c’è nemmeno quella libertà di cui parla la Costituzione. stageLe magre prospettive di reddito che i giovani italiani vedono stagliarsi all’orizzonte producono conseguenze nefaste. Innanzitutto la fuga dei cervelli, perchè all’estero gli stipendi sono più alti, e quindi tanti giovani emigrano. Poi la disillusione: i risultati di un sondaggio realizzato da Termometro Politico e presentato la settimana scorsa a Italia 110, un altro evento del PD, sono drammatici perchè tratteggiano un profilo di giovani terrorizzati, senza più alcuna fiducia nel futuro: ultraconservatori, senza la minima propensione a quel rischio che invece dovrebbe essere la naturale caratteristica della loro età. Fino alla conseguenza più preoccupante: il freno a mano tirato sulla costruzione di una vita autonoma. Giovani in casa dei genitori fino a trent’anni, che non riescono a farsi una famiglia, a mettere al mondo dei figli, creando una spaventosa denatalità di cui tra qualche anno tutto il Paese subirà le conseguenze.
E allora, i soldi: si riparta dai soldi. Per quanto riguarda lo stage, considerando il fatto che oltre la metà non viene pagata, noi ormai più di due anni fa abbiamo lanciato la nostra Carta dei diritti dello stagista, il manifesto di come dovrebbe essere un buono stage, prevedendo fra i punti fondamentali quello di un dignitoso rimborso spese. E piano piano, finalmente, anche altri soggetti sono andati nella stessa direzione: la Cgil con la sua campagna «Giovani non + disposti a tutto», con uno spin-off tematico sugli stage dal titolo «Non + stage truffa». Il senatore Pietro Ichino che nella sua proposta Codice del lavoro in 70 articoli ne ha dedicato uno alla regolamentazione dello stage. Il ddl Damiano, presentato pochi mesi fa alla Camera, che si propone di riordinare la materia di stage e tirocini e introduce, sul modello della normativa francese, un compenso minimo di 400 euro al mese. La Regione Toscana, che proprio qualche giorno fa ha presentato nell’ambito del progetto «Giovani sì» una misura specificamente destinata agli stagisti, anche qui prevedendo un emolumento minimo di 400 euro, di cui 200 li metterà la Regione ma altri 200 i soggetti ospitanti. E poi le promesse fatte in campagna elettorale da due neosindaci, Fassino e Pisapia: il primo in maniera più soft, il secondo con promesse specifiche, si sono impegnati a rivoluzioneranno la gestione dei tirocini all’interno dei propri Comuni, introducendo un rimborso spese. La Repubblica degli Stagisti controllerà che mantengano le promesse.
Anche perchè è importante, importantissimo che il pubblico dia il buon esempio. Se invece è la pubblica amministrazione la prima a comportarsi malamente con i suoi stagisti, comprensibilmente l’impresa privata si sentirà autorizzata a fare altrettanto. Faccio solo un riferimento flash al caso dell’Inps e dell’Avvocatura dello Stato che non pagano i giovani che fanno la pratica forense nei loro uffici legali: dal 1° al 24° mese questi praticanti non ricevono un euro, e questo malgrado il Codice deontologico forense prescriva chiaramente che ogni avvocato sarebbe tenuto a erogare al praticante un compenso commisurato all’apporto che il giovane fornisce allo studio. Proprio gli enti pubblici violano i codici deontologici.
stageQuindi, i soldi. Una giusta retribuzione come primo tassello per un riequilibrio generale dell’occupazione. E anche però incentivi fiscali per l’imprenditoria giovanile, e sgravi per i lavoratori autonomi con redditi bassi. Bisogna proteggere i giovani dallo sfruttamento, introducendo un salario minimo per i lavoratori sul modello del minimum wage anglosassone, o dello Smic francese: sono contenta di aver sentito stamattina Stefano Fassina [foto], nella relazione introduttiva di questo convegno, dire chiaramente che questi punti sono parte integrante del Progetto nazionale per l’occupazione giovanile e femminile, che il PD si impegna a sostenere. Personalmente sono anche convinta della necessità di lavorare per la realizzazione dell’idea di contratto unico proposta da Ichino.
L’altra faccia della medaglia del lavoro low cost è la necessità di applicare la massima severità nei confronti di chi sfrutta, e si avvale di lavoro gratuito o semigratuito. Perchè purtroppo una legge che prescriva delle regole ma senza introdurre una sanzione in caso di violazione, derubrica immediatamente quelle regole al rango di meri suggerimenti. Bene quindi, in questo senso, di nuovo il ddl Damiano, che introduce sanzioni per chi viola la normativa sullo stage: per le violazioni più lievi prevedendo lo stop temporaneo alla possibilità di accogliere stagisti, per quelle più pesanti obbligando ad assumere lo stagista con un contratto di apprendistato, che è appunto il contratto giusto per la formazione-lavoro. Bene anche la Regione Toscana, che ha basato il suo progetto su un protocollo, condiviso con le parti sociali, per tirocini di qualità. Ma sopratutto è necessario guarire i datori di lavoro, pubblici o privati che siano, dalla miopia: bisogna far capire che sfruttare i giovani, puntare tutta la propria politica sulla riduzione del costo del lavoro, non conviene! Basta con l’ipocrisia della «formazione»: il tempo e l’impegno vanno sempre pagati.
Chi osteggia il cambiamento obietta: ma così ci saranno meno posti di stage, meno posti di lavoro. Forse è vero. Ma si può continuare a barattare la qualità con la quantità? Vogliamo dieci stage gratuiti o tre stage ben pagati? Vogliamo dieci contratti a progetto da 600 euro al mese, o quattro pagati 1.500? Io ho scelto, la Repubblica degli Stagisti ha scelto. Nella convinzione che poi non sia nemmeno sicuro che i posti diminuirebbero in maniera così evidente: perchè prima o poi tutti capirebbero che farsi concorrenza sul costo del lavoro è una scelta strategicamente perdente.
Solo con dignitose retribuzioni fermeremo l’emorragia di cervelli, attiveremo un sano e ormai imprescindibile ricambio generazionale, rispetteremo la Costituzione. E daremo un futuro alle nuove generazioni.
Eleonora Voltolina
pubblicato il 17 giugno 2011
Oggi vengo a parlarvi di soldi – di quei soldi che i giovani italiani non vedono, perchè incastrati in quello che è stato definito il lavoro low cost. stageE vi parlo di soldi partendo da un articolo della nostra Costituzione, il numero 36, che dice che «il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa». La dignità è un concetto che più volte è emerso nel corso di questa giornata di convegno; ma i giovani italiani spesso lavorano percependo retribuzioni al di sotto della soglia di dignità, o non percependone affatto. Il lavoro così viene confuso con il volontariato, una sovrapposizione gravissima e molto pericolosa. In particolare la Repubblica degli Stagisti monitora la fase di passaggio dalla formazione al lavoro: per inquadrare il problema, si calcoli che ci sono in Italia oggi circa 500mila stagisti all’anno, e un numero di praticanti non ben definito ma superiore a 100mila, forse 200mila, forse addirittura 300mila. In oltre la metà dei casi non percepiscono un euro di rimborso spese.
Vi sono poi i giovani inquadrati come lavoratori autonomi: quelli che lo sono davvero, i professionisti, spesso guadagnano meno di 10mila euro all’anno, un dato emerso da una recente indagine Ires. E poi ci sono gli autonomi che mascherano lavoro dipendente: falsi cocopro e false partite Iva, che oltre che sottoinquadrati sono nella maggior parte anche sottopagati.
Con quale risultato? Che i giovani pesano sulle famiglie, alimentando un circolo vizioso che azzera il conflitto generazionale. Conflitto che, anche se qualcuno la pensa diversamente, molte volte è utile anzi indispensabile per permettere ai figli di fare scelte per conto proprio, perfino in contrasto con i genitori. Basti pensare a chi sogna di fare un mestiere che i genitori non approvano: se si è costretti a farsi mantenere dai genitori, quelli avranno sempre voce in capitolo in ogni scelta, e non sarà facile porsi in contrasto con chi paga affitto e bollette. Un cordone ombelicale che impedisce ai giovani di diventare adulti. Il fatto che dipendano così a lungo dalle loro famiglie ricrea tra l’altro una sorta di classismo, blocca la mobilità sociale; solo chi ha una famiglia abbiente alle spalle può infatti permettersi lunghi anni di gavetta non pagata, o pagata pochissimo. Quelli che non hanno la famiglia a sostenerli, finisce spesso che debbano abbandonare i propri sogni professionali.
Senza soldi, senza autonomia economica, non c’è nemmeno quella libertà di cui parla la Costituzione. stageLe magre prospettive di reddito che i giovani italiani vedono stagliarsi all’orizzonte producono conseguenze nefaste. Innanzitutto la fuga dei cervelli, perchè all’estero gli stipendi sono più alti, e quindi tanti giovani emigrano. Poi la disillusione: i risultati di un sondaggio realizzato da Termometro Politico e presentato la settimana scorsa a Italia 110, un altro evento del PD, sono drammatici perchè tratteggiano un profilo di giovani terrorizzati, senza più alcuna fiducia nel futuro: ultraconservatori, senza la minima propensione a quel rischio che invece dovrebbe essere la naturale caratteristica della loro età. Fino alla conseguenza più preoccupante: il freno a mano tirato sulla costruzione di una vita autonoma. Giovani in casa dei genitori fino a trent’anni, che non riescono a farsi una famiglia, a mettere al mondo dei figli, creando una spaventosa denatalità di cui tra qualche anno tutto il Paese subirà le conseguenze.
E allora, i soldi: si riparta dai soldi. Per quanto riguarda lo stage, considerando il fatto che oltre la metà non viene pagata, noi ormai più di due anni fa abbiamo lanciato la nostra Carta dei diritti dello stagista, il manifesto di come dovrebbe essere un buono stage, prevedendo fra i punti fondamentali quello di un dignitoso rimborso spese. E piano piano, finalmente, anche altri soggetti sono andati nella stessa direzione: la Cgil con la sua campagna «Giovani non + disposti a tutto», con uno spin-off tematico sugli stage dal titolo «Non + stage truffa». Il senatore Pietro Ichino che nella sua proposta Codice del lavoro in 70 articoli ne ha dedicato uno alla regolamentazione dello stage. Il ddl Damiano, presentato pochi mesi fa alla Camera, che si propone di riordinare la materia di stage e tirocini e introduce, sul modello della normativa francese, un compenso minimo di 400 euro al mese. La Regione Toscana, che proprio qualche giorno fa ha presentato nell’ambito del progetto «Giovani sì» una misura specificamente destinata agli stagisti, anche qui prevedendo un emolumento minimo di 400 euro, di cui 200 li metterà la Regione ma altri 200 i soggetti ospitanti. E poi le promesse fatte in campagna elettorale da due neosindaci, Fassino e Pisapia: il primo in maniera più soft, il secondo con promesse specifiche, si sono impegnati a rivoluzioneranno la gestione dei tirocini all’interno dei propri Comuni, introducendo un rimborso spese. La Repubblica degli Stagisti controllerà che mantengano le promesse.
Anche perchè è importante, importantissimo che il pubblico dia il buon esempio. Se invece è la pubblica amministrazione la prima a comportarsi malamente con i suoi stagisti, comprensibilmente l’impresa privata si sentirà autorizzata a fare altrettanto. Faccio solo un riferimento flash al caso dell’Inps e dell’Avvocatura dello Stato che non pagano i giovani che fanno la pratica forense nei loro uffici legali: dal 1° al 24° mese questi praticanti non ricevono un euro, e questo malgrado il Codice deontologico forense prescriva chiaramente che ogni avvocato sarebbe tenuto a erogare al praticante un compenso commisurato all’apporto che il giovane fornisce allo studio. Proprio gli enti pubblici violano i codici deontologici.
stageQuindi, i soldi. Una giusta retribuzione come primo tassello per un riequilibrio generale dell’occupazione. E anche però incentivi fiscali per l’imprenditoria giovanile, e sgravi per i lavoratori autonomi con redditi bassi. Bisogna proteggere i giovani dallo sfruttamento, introducendo un salario minimo per i lavoratori sul modello del minimum wage anglosassone, o dello Smic francese: sono contenta di aver sentito stamattina Stefano Fassina [foto], nella relazione introduttiva di questo convegno, dire chiaramente che questi punti sono parte integrante del Progetto nazionale per l’occupazione giovanile e femminile, che il PD si impegna a sostenere. Personalmente sono anche convinta della necessità di lavorare per la realizzazione dell’idea di contratto unico proposta da Ichino.
L’altra faccia della medaglia del lavoro low cost è la necessità di applicare la massima severità nei confronti di chi sfrutta, e si avvale di lavoro gratuito o semigratuito. Perchè purtroppo una legge che prescriva delle regole ma senza introdurre una sanzione in caso di violazione, derubrica immediatamente quelle regole al rango di meri suggerimenti. Bene quindi, in questo senso, di nuovo il ddl Damiano, che introduce sanzioni per chi viola la normativa sullo stage: per le violazioni più lievi prevedendo lo stop temporaneo alla possibilità di accogliere stagisti, per quelle più pesanti obbligando ad assumere lo stagista con un contratto di apprendistato, che è appunto il contratto giusto per la formazione-lavoro. Bene anche la Regione Toscana, che ha basato il suo progetto su un protocollo, condiviso con le parti sociali, per tirocini di qualità. Ma sopratutto è necessario guarire i datori di lavoro, pubblici o privati che siano, dalla miopia: bisogna far capire che sfruttare i giovani, puntare tutta la propria politica sulla riduzione del costo del lavoro, non conviene! Basta con l’ipocrisia della «formazione»: il tempo e l’impegno vanno sempre pagati.
Chi osteggia il cambiamento obietta: ma così ci saranno meno posti di stage, meno posti di lavoro. Forse è vero. Ma si può continuare a barattare la qualità con la quantità? Vogliamo dieci stage gratuiti o tre stage ben pagati? Vogliamo dieci contratti a progetto da 600 euro al mese, o quattro pagati 1.500? Io ho scelto, la Repubblica degli Stagisti ha scelto. Nella convinzione che poi non sia nemmeno sicuro che i posti diminuirebbero in maniera così evidente: perchè prima o poi tutti capirebbero che farsi concorrenza sul costo del lavoro è una scelta strategicamente perdente.
Solo con dignitose retribuzioni fermeremo l’emorragia di cervelli, attiveremo un sano e ormai imprescindibile ricambio generazionale, rispetteremo la Costituzione. E daremo un futuro alle nuove generazioni.
Eleonora Voltolina
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