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lunedì 27 giugno 2011

Ricerca Swg indagine sulla condizione operaia in Italia Indagine di Swg per il Partito Democratico sul lavoro: analisi del quadro socio-anagrafico, delle condizioni di lavoro e dei riflessi dovuti alla crisi economica

pubblicato il 17 giugno 2011

Il quadro socio-anagrafico

La ‘società operaia’ è prevalentemente maschile in quanto gli uomini risultano essere il doppio delle donne. Vale la pensa segnalare alcune differenze in base al genere:

- Le donne operaie sono presenti soprattutto nei servizi, 73% dei casi contro un 38% di uomini che lavorano invece prevalentemente nell’industria (39%) o nel settore costruzioni (18%) dove non si registra una presenza femminile di rilievo
- la presenza operaia femminile risulta sottomedia nelle regioni del mezzogiorno dove raggiunge il 20%, contro un 57% impiegata al Nord. Gli operai maschi nelle regioni meridionali sono invece il 30%.
- Il 64% delle donne ha una qualifica di operaio comune (contro il 28% degli uomini) e solo il 26% risulta specializzato.
- La metà del campione svolge le proprie mansioni all’interno di una fabbrica (quota probabilmente inferiore di qualche punto percentuale rispetto alla distribuzione reale) e all’interno di tale segmento risulta prevalente la componente maschile (73% contro il 27% di donne)
- Non si segnalano invece significative differenze di genere per quanto riguarda la tipologia contrattuale e oltre l’80% ha un contratto a tempo indeterminato

L’età media di inizio lavoro è intorno ai 19 anni: la maggioranza dichiara di aver iniziato tra i 15 ed i 18 anni (42%) in particolare hanno incominciato presto coloro che sono impiegati nel settore edile (63%). La media si abbassa a 17 anni per gli over 55 dove il 41% dichiara di esser andato a lavorare prima dei 15 anni. La scolarizzazione obbligatoria delle generazioni successive ha elevato l’età d’inizio, infatti per il 48% dei più giovani la soglia si innalza tra i 19 ed i 25anni.

Le condizioni di lavoro

Le ore medie di lavoro sono intorno alle 37 ore settimanali: 39,3 per i maschi e 32,7 per le donne, 38,4 per chi lavora in fabbrica e 35,8 per chi è impiegato in altre strutture. La retribuzione media mensile (1.100 euro) registra uno scarto di 380 euro tra uomini e
donne e di altrettanto tra operai comuni e specializzati.

Chi lavora in fabbrica guadagna mediamente quasi 200 euro più di chi non vi lavora e altrettanto consistente è lo scarto tra quanti sono impiegati nelle piccole aziende dove lo stipendio è inferiore ai 1000 euro e quanti operano in aziende con più di 250 addetti dove lo stipendio medio è di quasi 1200 euro.

In un terzo dei casi è prevista la possibilità di un contratto integrativo aziendale: a godere di questo trattamento sono il settore industriale (40%), le aziende di grandi dimensioni (55%), quelle del Nord (37%, solo 29% nel mezzogiorno) gli operai specializzati (41%) e quanti lavorano in fabbrica (43%).

La percentuale di quanti percepiscono una quota aggiutiva di salario risulta pari al 30% evidenziando anche in questo caso significative differenze sia di genere (35% gli uomini contro il 21% delle donne), che di settore (40% tra coloro che lavorano nell’industria) sia in relazione alle dimensioni dell’azienda (42% nelle aziende più grandi contro il 22% delle piccole). In poco più della metà dei casi la quota aggiuntiva è il frutto di una trattativa azienda-sindacati. Si tratta di una formula utilizzata principalmente nelle aziende mediograndi con più di 50 dipendenti (68%) e in quelle di grandi dimensioni (82%).

A trovare invece la cifra inserita in busta paga, a mo’ di cadeau, senza alcuna contrattazione (30%) sono soprattutto le donne (42%), coloro che lavorano nelle aziende più piccole (64%) e gli operai comuni, non qualificati.

L’ammontare medio annuale della retribuzione accessoria è pari a 277 euro che diventa 300 per gli uomini e 200 per le donne. Praticamente non esiste per chi lavora nel settore agricolo, raggiunge i livelli più alti nell’industria (circa 330 €) ed i più bassi nel settore costruzioni (128€). Gli operai qualificati sono quelli che riescono a portare a casa il premio più alto che si aggira intorno ai 337 €. La maggioranza degli interpellati ritiene comunque che la retribuzione aggiuntiva, poiché premia il merito del singolo, andrebbe trattata a livello individuale e non collettivo (41%). A sostenerlo sono soprattutto coloro che avendo una specializzazzione hanno anche la possibilità di performance migliori (48%), si aggiungono a questi anche gli operai delle piccole aziende (49%), quelli dell’industria (44%) ed i giovani under 35 (45%).

La valutazione delle condizioni lavorative attuali fa sì che 3 intervistati su 4 si dichiarino soddisfatti del proprio lavoro, soddisfazione che cresce proporzionalmente al livello di specializzazione: dal 67% di operai comuni a cui piace il proprio lavoro si passa all’ 80% di quelli specializzati. Il gradimento appare maggiore tra coloro che non lavorano in fabbrica ed è più
accentuato tra quanti svolgono le loro mansioni nel settore agricolo (86% contro il 71% dell’industria). Non sempre soddisfazione e benefici economici vanno però di pari passo e anche se il lavoro piace, quasi la metà degli operai vorrebbe poter contare su un reddito più elevato.

Le aspettative della categoria sono rivolte non tanto ad ottenere un maggior riconoscimento sociale o gratificazione personale, quanto a migliorare il livello economico (48%) e, in seconda istanza, a poter contare su una maggior sicurezza per il futuro (27%). La necessità di un incremento di reddito appare prioritaria soprattutto per le donne, gli operai del Nord, quanti lavorano nei servizi e svolgono le loro mansioni nelle grandi aziende e godono di contratti a tempo indeterminato. I lavoratori del settore agricolo e delle costruzioni, gli atipici - proprio per le condizioni di precarietà o instabilità che contraddistinguono il contratto o il settore cui appartengono - preferirebbero invece poter contare su maggiori garanzie future.

La percezione di quella che è la propria condizione economica familiare fa emergere un quadro in cui solo un terzo dichiara di trovarsi in una condizione di serenità e decisamente piccola è la quota di quanti possono permettersi di definire agiato il proprio status (3%). La metà sostiene di vivere economicamente in una condizione di precarietà mentre appare preoccupante il segmento, pari al 15%, che si percepisce addirittura indigente. Date queste premesse non stupisce che le richieste di miglioramento economico provengano soprattutto da coloro che versano in condizioni difficili di precarietà o indigenza (55%). Per contro chi ha un bilancio familiare più sereno può guardare avanti, permettersi di pensare al futuro o alle gratificazioni professionali.

Solo il 30% del campione gode della soddisfazione di svolgere un lavoro qualificato le cui esperienze sono riconosciute. Si tratta di un privilegio di cui godono prevalentemente gli uomini più che le donne (36% contro 22%), coloro che lavorano nelle costruzioni (61%) ed in aziende di piccole (40%) e medie (41%) dimensioni e gli operai qualificati (40%). E mentre un 27% ha un lavoro che non richiede particolari capacità e competenze, il 43% impiega esperienze professionali che spesso non vengono riconosciute. All’interno di questo segmento troviamo le risposte di operai del settore agricolo (51%), specializzati (48%) e impiegati nella grande industria (54%).

Il 61% del campione si dichiara tranquillo per quanto concerne la sicurezza lavorativa (molto+abbastanza).A sostenerlo sono soprattutto gli operai del Nord (67%), coloro che operano nei servizi (68%), in fabbrica (65%), operai qualificati e specializzati (69 e 65%) e quanti hanno un contratto a tempo indeterminato (67%).

Tuttavia non è affatto marginale la quota di quanti sentono di non poter contare sulla sicurezza dell’impiego. Si tratta infatti del 39% della categoria, che evidenzia le sacche di insicurezza più profonde tra gli operai over 55 (46%), tra quelli delle regioni del centro sud (50-45%), tra quanti lavorano nei settori agricolo (62%) e nelle costruzioni (57%), tra gli addetti delle piccole aziende (52%) e ovviamente tra coloro che hanno contratti a tempo determinato (59%) o sono atipici (79%). Tale senso di insicurezza oltre che su condizioni oggettive – difficoltà aziendali o contratti precari – fonda le sue radici in un generale senso di incertezza e sulla convinzione della generale scarsa sicurezza di tutti i posti di lavoro (46% pari al 18% del campione).

I timori che investono la categoria rispetto alle prospettive future si incentrano sia su tematiche più a lungo termine quali l’angoscia di non poter usufruire di una pensione adeguata (36%) sia su questioni più contingenti legate alla paura di perdere il posto di lavoro e di conseguenza il reddito (52%).

Sono soprattutto gli operai del settore agricolo ad essere preoccupati dell’adeguatezza della loro pensione (55%) così come lo sono coloro che sono più vicini a momento di ritiro dal lavoro come gli over 55 (56%). La paura di perdere il lavoro e di conseguenza non poter contare sulla continuità del reddito risulta invece più marcata tra gli operai del settore edile (68%) e tra i
lavoratori atipici.

La crisi economica



Il giudizio sulla crisi rivela le forti preoccupazioni della settore: il 93% la considera grave (molto +abbastanza) e la valutazione appare trasversale a tutti i settori e categorie. Secondo gli operai quasi 7 aziende su 10 hanno risentito gli effetti della crisi economica, che ha investito con maggior violenza le fabbriche e le aziende di dimensioni medio piccole e tutti i settori, anche se i servizi sembrano averne risentito meno degli altri (59%).

Più della metà dei lavoratori ha subito dei disagi a seguito della crisi, in particolare coloro che lavorano in fabbrica, nei settori dell’industria e delle costruzioni, gli uomini più delle donne, e quanti vivono e lavorano nelle regioni del mezzogiorno.
La principale conseguenza è stato un periodo di cassa integrazione (22%) che ha colpito soprattutto gli uomini (28%), i lavoratori dell’industria (38%) e delle costruzioni (42%) e quanti lavorano in fabbrica (32%) e gli addetti delle aziende di grandi dimensioni (28%); non si registrano invece differenze significative a livello territoriale a segnale che la crisi si è spalmata
con uguale intensità in tutte le regioni.

Fermo restando che secondo quasi la metà degli intervistati (47%) le aziende hanno usato la crisi per risolvere problemi preesistenti, il giudizio sulla capacità di risposte alla crisi salvano le aziende ma non i sindacati. Infatti mentre la maggioranza dichiara che l’azienda ha risposto bene alle difficoltà sorte con la crisi (72% molto + abbastanza bene), solo un terzo valuta positivamente quanto hanno fatto i sindacati. Particolarmente duro il giudizio fornito da chi opera nel settore agricolo (69% male) e nell’industria (60%).

Senza soldi non ci sono indipendenza, libertà, dignità per i giovani: guai a confondere il lavoro col volontariato

Intervento di Eleonora Voltolina alla Coferenza Nazionale per il Lavoro del PD

pubblicato il 17 giugno 2011



Oggi vengo a parlarvi di soldi – di quei soldi che i giovani italiani non vedono, perchè incastrati in quello che è stato definito il lavoro low cost. stageE vi parlo di soldi partendo da un articolo della nostra Costituzione, il numero 36, che dice che «il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa». La dignità è un concetto che più volte è emerso nel corso di questa giornata di convegno; ma i giovani italiani spesso lavorano percependo retribuzioni al di sotto della soglia di dignità, o non percependone affatto. Il lavoro così viene confuso con il volontariato, una sovrapposizione gravissima e molto pericolosa. In particolare la Repubblica degli Stagisti monitora la fase di passaggio dalla formazione al lavoro: per inquadrare il problema, si calcoli che ci sono in Italia oggi circa 500mila stagisti all’anno, e un numero di praticanti non ben definito ma superiore a 100mila, forse 200mila, forse addirittura 300mila. In oltre la metà dei casi non percepiscono un euro di rimborso spese.

Vi sono poi i giovani inquadrati come lavoratori autonomi: quelli che lo sono davvero, i professionisti, spesso guadagnano meno di 10mila euro all’anno, un dato emerso da una recente indagine Ires. E poi ci sono gli autonomi che mascherano lavoro dipendente: falsi cocopro e false partite Iva, che oltre che sottoinquadrati sono nella maggior parte anche sottopagati.
Con quale risultato? Che i giovani pesano sulle famiglie, alimentando un circolo vizioso che azzera il conflitto generazionale. Conflitto che, anche se qualcuno la pensa diversamente, molte volte è utile anzi indispensabile per permettere ai figli di fare scelte per conto proprio, perfino in contrasto con i genitori. Basti pensare a chi sogna di fare un mestiere che i genitori non approvano: se si è costretti a farsi mantenere dai genitori, quelli avranno sempre voce in capitolo in ogni scelta, e non sarà facile porsi in contrasto con chi paga affitto e bollette. Un cordone ombelicale che impedisce ai giovani di diventare adulti. Il fatto che dipendano così a lungo dalle loro famiglie ricrea tra l’altro una sorta di classismo, blocca la mobilità sociale; solo chi ha una famiglia abbiente alle spalle può infatti permettersi lunghi anni di gavetta non pagata, o pagata pochissimo. Quelli che non hanno la famiglia a sostenerli, finisce spesso che debbano abbandonare i propri sogni professionali.

Senza soldi, senza autonomia economica, non c’è nemmeno quella libertà di cui parla la Costituzione. stageLe magre prospettive di reddito che i giovani italiani vedono stagliarsi all’orizzonte producono conseguenze nefaste. Innanzitutto la fuga dei cervelli, perchè all’estero gli stipendi sono più alti, e quindi tanti giovani emigrano. Poi la disillusione: i risultati di un sondaggio realizzato da Termometro Politico e presentato la settimana scorsa a Italia 110, un altro evento del PD, sono drammatici perchè tratteggiano un profilo di giovani terrorizzati, senza più alcuna fiducia nel futuro: ultraconservatori, senza la minima propensione a quel rischio che invece dovrebbe essere la naturale caratteristica della loro età. Fino alla conseguenza più preoccupante: il freno a mano tirato sulla costruzione di una vita autonoma. Giovani in casa dei genitori fino a trent’anni, che non riescono a farsi una famiglia, a mettere al mondo dei figli, creando una spaventosa denatalità di cui tra qualche anno tutto il Paese subirà le conseguenze.

E allora, i soldi: si riparta dai soldi. Per quanto riguarda lo stage, considerando il fatto che oltre la metà non viene pagata, noi ormai più di due anni fa abbiamo lanciato la nostra Carta dei diritti dello stagista, il manifesto di come dovrebbe essere un buono stage, prevedendo fra i punti fondamentali quello di un dignitoso rimborso spese. E piano piano, finalmente, anche altri soggetti sono andati nella stessa direzione: la Cgil con la sua campagna «Giovani non + disposti a tutto», con uno spin-off tematico sugli stage dal titolo «Non + stage truffa». Il senatore Pietro Ichino che nella sua proposta Codice del lavoro in 70 articoli ne ha dedicato uno alla regolamentazione dello stage. Il ddl Damiano, presentato pochi mesi fa alla Camera, che si propone di riordinare la materia di stage e tirocini e introduce, sul modello della normativa francese, un compenso minimo di 400 euro al mese. La Regione Toscana, che proprio qualche giorno fa ha presentato nell’ambito del progetto «Giovani sì» una misura specificamente destinata agli stagisti, anche qui prevedendo un emolumento minimo di 400 euro, di cui 200 li metterà la Regione ma altri 200 i soggetti ospitanti. E poi le promesse fatte in campagna elettorale da due neosindaci, Fassino e Pisapia: il primo in maniera più soft, il secondo con promesse specifiche, si sono impegnati a rivoluzioneranno la gestione dei tirocini all’interno dei propri Comuni, introducendo un rimborso spese. La Repubblica degli Stagisti controllerà che mantengano le promesse.
Anche perchè è importante, importantissimo che il pubblico dia il buon esempio. Se invece è la pubblica amministrazione la prima a comportarsi malamente con i suoi stagisti, comprensibilmente l’impresa privata si sentirà autorizzata a fare altrettanto. Faccio solo un riferimento flash al caso dell’Inps e dell’Avvocatura dello Stato che non pagano i giovani che fanno la pratica forense nei loro uffici legali: dal 1° al 24° mese questi praticanti non ricevono un euro, e questo malgrado il Codice deontologico forense prescriva chiaramente che ogni avvocato sarebbe tenuto a erogare al praticante un compenso commisurato all’apporto che il giovane fornisce allo studio. Proprio gli enti pubblici violano i codici deontologici.
stageQuindi, i soldi. Una giusta retribuzione come primo tassello per un riequilibrio generale dell’occupazione. E anche però incentivi fiscali per l’imprenditoria giovanile, e sgravi per i lavoratori autonomi con redditi bassi. Bisogna proteggere i giovani dallo sfruttamento, introducendo un salario minimo per i lavoratori sul modello del minimum wage anglosassone, o dello Smic francese: sono contenta di aver sentito stamattina Stefano Fassina [foto], nella relazione introduttiva di questo convegno, dire chiaramente che questi punti sono parte integrante del Progetto nazionale per l’occupazione giovanile e femminile, che il PD si impegna a sostenere. Personalmente sono anche convinta della necessità di lavorare per la realizzazione dell’idea di contratto unico proposta da Ichino.

L’altra faccia della medaglia del lavoro low cost è la necessità di applicare la massima severità nei confronti di chi sfrutta, e si avvale di lavoro gratuito o semigratuito. Perchè purtroppo una legge che prescriva delle regole ma senza introdurre una sanzione in caso di violazione, derubrica immediatamente quelle regole al rango di meri suggerimenti. Bene quindi, in questo senso, di nuovo il ddl Damiano, che introduce sanzioni per chi viola la normativa sullo stage: per le violazioni più lievi prevedendo lo stop temporaneo alla possibilità di accogliere stagisti, per quelle più pesanti obbligando ad assumere lo stagista con un contratto di apprendistato, che è appunto il contratto giusto per la formazione-lavoro. Bene anche la Regione Toscana, che ha basato il suo progetto su un protocollo, condiviso con le parti sociali, per tirocini di qualità. Ma sopratutto è necessario guarire i datori di lavoro, pubblici o privati che siano, dalla miopia: bisogna far capire che sfruttare i giovani, puntare tutta la propria politica sulla riduzione del costo del lavoro, non conviene! Basta con l’ipocrisia della «formazione»: il tempo e l’impegno vanno sempre pagati.
Chi osteggia il cambiamento obietta: ma così ci saranno meno posti di stage, meno posti di lavoro. Forse è vero. Ma si può continuare a barattare la qualità con la quantità? Vogliamo dieci stage gratuiti o tre stage ben pagati? Vogliamo dieci contratti a progetto da 600 euro al mese, o quattro pagati 1.500? Io ho scelto, la Repubblica degli Stagisti ha scelto. Nella convinzione che poi non sia nemmeno sicuro che i posti diminuirebbero in maniera così evidente: perchè prima o poi tutti capirebbero che farsi concorrenza sul costo del lavoro è una scelta strategicamente perdente.

Solo con dignitose retribuzioni fermeremo l’emorragia di cervelli, attiveremo un sano e ormai imprescindibile ricambio generazionale, rispetteremo la Costituzione. E daremo un futuro alle nuove generazioni.

Eleonora Voltolina