"Nel mondo non ci sono mai state due opinioni uguali. non più di quanto ci siano mai stati due capelli o due grani identici: la qualità più universale è la diversità."
lunedì 27 giugno 2011
Proposte di legge - Camera Misure a sostegno della genitorialità, della condivisione e conciliazione familiare, nonché disposizioni in materia di modalità per la risoluzione del contratto di lavoro per le dimissioni volontarie del prestatore d'opera Schema del nuovo ddl sulla maternità del Partito Democratico
[Intendiamo proporre un insieme articolato di misure per la valorizzazione del contributo delle donne alla vita economica e sociale del Paese, incidendo sul sostegno alla maternità ed alla conciliazione familiare, presupposto indispensabile per garantire la promozione dell’uguaglianza di genere nel mercato del lavoro e la crescita del Paese.
Il lavoro, per le donne come per gli uomini, e' garanzia di autonomia, di indipendenza, per tanti e realizzazione di sé. La attuale difficile congiuntura economica e la precarietà del lavoro pongono troppo spesso le donne giovani di fronte al bivio scegliere tra maternità e lavoro. Il diritto alla maternità passa ancora attraverso la conciliazione con il lavoro.
L’innalzamento del tasso di occupazione femminile è, inoltre, una priorità su cui impegnarsi per elevare il potenziale di crescita e per garantire una più equa ripartizione delle risorse pubbliche, anche in funzione della sostenibilità futura dei sistemi previdenziale e di protezione sociale.
Nel 2010 l'occupazione femminile si attesta intorno al 46 per cento, 12 punti percentuali in meno di quello medio europeo. E’ peggiorata la qualità del lavoro, cresce il part-time frutto però di una scelta quasi interamente involontaria, le donne si ritrovano spesso a fare lavori che richiedono una qualifica più bassa rispetto a quella posseduta, guadagnano meno degli uomini
La difficile situazione del Mezzogiorno spiega buona parte delle distanze tra Italia ed Europa: sono circa 3 su 10 le donne occupate nel Mezzogiorno contro le quasi 6 nel Nord; il tasso di inattività si attesta al 63,7 per cento (39,6 per cento nel Nord) e il tasso di disoccupazione e' oltre il doppio di quello delle donne del Nord (15,8 rispetto a 7,0). Nel 2009 più di un quinto delle donne con meno di 65 anni che lavorano o hanno lavorato ha interrotto l'attività lavorativa per il matrimonio, una gravidanza o altri motivi familiari. La quota sale al 30 per cento tra le madri e nella meta' dei casi l'interruzione è dovuta alla nascita di un figlio.
La bassa partecipazione al lavoro delle donne appare direttamente correlata al minimo accesso delle famiglie italiane ai cosiddetti "aiuti formali", quali asili e servizi di assistenza, a fronte di una prevalenza degli "aiuti informali". Secondo le rilevazioni ISTAT solo due bambini su dieci frequentano un asilo nido pubblico o privato. Questo dato medio, peraltro, sconta – ancora una volta – una forte differenziazione territoriale, nascondendo la drammatica condizione dei servizi per l’infanzia nel Mezzogiorno. I bambini che frequentano un nido pubblico sono solo il 7 per cento nel Mezzogiorno, a fronte del 17 per cento al Nord e del 14 per cento al Centro.
Inoltre, secondo le rilevazioni ISTAT sulle giovani donne relative agli anni 2009-2010, il tasso di occupazione delle donne tra i 18 e i 29 anni è pari al 35,4 per cento contro il 48,6 per cento dell'occupazione maschile, 13 punti in meno. Per chi è in possesso di diploma, la differenza di genere nei tassi di occupazione rimane elevata (50,8 per cento contro 37,2 per cento). Le giovani donne hanno più frequentemente un lavoro a tempo determinato (34,8 per cento contro 27,4 per cento), mentre la percentuale di donne giovani in part time è tripla rispetto a quella maschile (31,2 per cento contro 10,4 per cento) e si mantiene elevata anche per le laureate (24,1%).
Il fenomeno del sottoutilizzo della forza lavoro femminile è in continuo aumento negli ultimi anni: si passa dal 28,5 per cento del 2005 al 31,7 per cento del 2007 per arrivare al 33,8 per cento del 2009.
Infine, il divario tra i due generi si accentua tra i giovani che hanno una famiglia propria: in questo caso, la durata del lavoro familiare è pari a 5 ore e 47 minuti per le donne, contro 1 ora e 53 dei coetanei maschi; a ciò va aggiunto che le donne svolgono almeno un’attività di lavoro familiare nel 98,6% dei casi, a fronte del 52% dei coetanei.
Per rispondere ai problemi delineati dai suddetti dati prevediamo un pacchetto di misure finalizzato al potenziamento degli strumenti di tutela della maternità e paternità di protezione sociale di base, di tutela dalle discriminazioni correlate alla maternità, di rafforzamento alla condivisione dei ruoli familiari, al potenziamento dei servizi di sostegno alla genitorialità, da introdurre progressivamente, insieme alle misure già oggetto di altre proposte in materia di al rafforzamento delle prestazioni sociali e assistenziali in favore delle famiglie con figli.
Affermare il diritto alla maternità contro ogni discriminazione
Secondo l’ISTAT dopo una gravidanza il 15% delle donne si vede costretta a lasciare il lavoro. Nella loro vita 800 mila madri (pari all'8,7 per cento delle donne che lavorano o hanno lavorato) hanno dichiarato di essere state licenziate o messe in condizione di doversi dimettere a causa di una gravidanza. Le cause sono certamente molte, ma il dato propone l’urgenza di reintrodurre la normativa in materia di contrasto del cosiddetto fenomeno delle "dimissioni in bianco" inserita nel nostro ordinamento con la legge 17 ottobre 2007, n. 188, e prontamente abrogata, a pochi mesi dalla sua entrata in vigore, dal Governo Berlusconi con l'articolo 39, comma 10, lettera l), del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112( convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133).
La richiesta di "dimissioni firmate in bianco" al momento dell’assunzione, ovvero nel momento in cui il rapporto di forza tra i contraenti è a favore del datore di lavoro, è una pratica vessatoria che mette la lavoratrice e il lavoratore nell’impossibilità di far valere i propri diritti e la propria dignità, pena la certezza di un licenziamento in tronco, ammantato dalla finzione della volontarietà.
Tale pratica riguarda in particolare le donne, ma non è un fenomeno esclusivamente di genere ed è legata anche a fenomeni fiscali: si usa per esempio al fine di sgravare l’impresa dal pagamento dei periodi di assenza dal lavoro per imprevisti quali infortuni o malattia.
I dati forniti dallo stesso Il Ministro del lavoro e delle politiche sociali relativi al numero delle donne che si dimettono volontariamente nel primo anno di vita del bambino devono far riflettere e interrogare soprattutto sulla effettiva volontarietà delle dimissioni: sono state quasi 18.000 nel solo 2009.
Occorre neutralizzare questa prassi, vincolandola validità della dichiarazione di dimissioni volontarie all’utilizzo di appositi moduli, contrassegnati da codici alfanumerici progressivi e da una data di emissione che garantiscano la loro non contraffazione, e al tempo stesso l’utilizzabilità solo in prossimità della effettiva manifestazione della volontà del lavoratore di porre termine al rapporto di lavoro in essere. Al fine di snellire le procedure burocratiche i moduli saranno disponibili, oltre che presso le DPL e gli URP anche per via telematica.
Affermare concretamente il valore della maternità, tutelata come diritto individuale e come valore sociale collettivo • innalzare l’assegno di maternità, finanziato dalla fiscalità generale, a tutte le madri, indipendentemente dalla condizione lavorativa, per un periodo complessivo massimo di cinque mesi, parificandolo all’importo attuale dell’assegno sociale, ciò al fine di assicurare la possibilità di accedere alla maternità a tutte le donne senza incorrere nel rischio di povertà assoluta.
• per tutte le lavoratrici impiegate in qualsiasi forma di lavoro, dipendente, autonomo, parasubordinato, innalzare l'indennità giornaliera di maternità dall'80 per cento al 100 per cento della retribuzione per tutto il periodo del congedo obbligatorio di maternità. Tale indennità verrà coperta fino a concorrenza dell'importo dell'assegno "universale" di cui al comma precedente dalla fiscalità generale e per la restante parte, fino a concorrenza del cento per cento dell'importo della retribuzione (accertata o convenzionale) dell'ultima mensilità lavorata, dai contributi versati presso l'assicurazione obbligatoria di riferimento. In tal modo, saranno significativamente ridotti gli oneri a carico dei datori di lavoro e delle lavoratrici stesse, legati al versamento dei contributi assicurativi a copertura del congedo obbligatorio per maternità che, ancora oggi, costituiscono un forte deterrente all'occupazione delle donne. Si garantirà anche piena tutela alle lavoratrici evitando flessioni retributive che a loro volta possono condizionare la scelta della genitorialità.
Promuovere la condivisione della genitorialità e della cura • introdurre per i padri lavoratori l’astensione obbligatoria dal lavoro per un periodo di quindici giorni da usufruire entro tre mesi dalla nascita del figlio, coperta da una indennità giornaliera pari al 100 per cento della retribuzione, in linea con gli ultimi orientamenti espressi a livello comunitario.
• Potenziare i congedi parentali, garantendo ai padri e alle madri l’accesso ai congedi parentali fino al terzo anno di vita del bambino, assistiti da un’indennità pari al 100 per cento della retribuzione, per i redditi fino a 35.000 euro per una famiglia di tre componenti. Tale limite è rimodulato al rialzo per le famiglie più numerose, sulla base dell’indicatore di situazione economica equivalente (ISEE). Per gli altri lavoratori, con redditi più alti, l’indennità è comunque elevata dal 30 per cento attuale al 50 per cento della retribuzione.
• Progressivo incremento delle detrazioni fiscali riconosciute alle donne per le spese di cura sostenute per i figli o per congiunti non autosufficienti.
Equiparare le tutele di tutte le forme di lavoro
La molteplicità delle forme di prestazione che caratterizza oggi il mercato del lavoro e lo connota fortemente in termini di precarietà richiede che, anche nella condizione di maternità e paternità, siano equiparate le tutele previste per le lavoratrici ed i lavoratori dipendenti e per le lavoratrici e per i lavoratori parasubordinati.
Come è noto, infatti, nonostante con il decreto ministeriale del 12 luglio 2007 ("Applicazione delle disposizioni di cui agli articoli 17 e 22 del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, a tutela e sostegno della maternità e paternità nei confronti delle lavoratrici iscritte alla gestione separata") il congedo di maternità sia stato esteso anche alle lavoratrici iscritte alla Gestione Separata, restano comunque delle differenze importanti tra le lavoratici iscritte alla Gestione separata e quelle dipendenti sotto il profilo della tutela della maternità.
Il congedo di maternità e di paternità spetta oggi alle lavoratrici ed ai lavoratori parasubordinati solo se in possesso di almeno tre mesi di contribuzione nella gestione separata nei dodici mesi precedenti l’inizio del congedo di maternità, purché non titolari di pensione e non iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie.
Inoltre, in caso di congedo di maternità obbligatoria per le lavoratrici parasubordinate l’indennità è calcolata, per ciascuna giornata del periodo indennizzabile, in misura pari all'80% di 1/365 del reddito derivante da attività di lavoro a progetto o assimilata, percepito negli stessi dodici mesi presi a riferimento per l’accertamento del requisito contributivo.
Infine, alle lavoratrici e lavoratori parasubordinati, in qualità di lavoratori a progetto e categorie assimilate (lavoratori coordinati e continuativi) non iscritti ad altre forme di previdenza obbligatoria e non pensionati, spetta una indennità per congedo parentale, per un massimo di 3 mesi entro il primo anno di vita del bambino, periodo di tempo decisamente inferiore a quello spettante ai lavoratori ed alle lavoratrici dipendenti (pari ad un periodo complessivo tra i due genitori non superiore a 10 mesi, aumentabili a 11, fruibili anche contemporaneamente, entro i primi 8 anni di vita del bambino).
Mamme autonome e imprenditrici
Per le stesse ragioni di articolazione amplissima delle forme di impiego, occorre intervenire rafforzando anche i sistemi di tutela sociale della maternità delle lavoratrici autonome e delle imprenditrici, riconoscendo contribuzione figurativa, totale o parziale, alle lavoratrici autonome in maternità, per un periodo corrispondente a quello di astensione obbligatoria delle lavoratrici dipendenti (cinque mesi), con l’estensione alle stesse fattispecie e modalità di astensione anticipata per gravidanza a rischio, di cui all’articolo 17 del testo unico di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151. Con specifico riferimento alle piccole e micro imprese, è riconosciuta la possibilità di sostituzione in caso di maternità delle lavoratrici autonome anche con familiari della lavoratrice stessa, come individuati ai sensi dell’articolo 230-bis del codice civile, o con i soci partecipanti all’impresa, anche attraverso il riconoscimento di forme di compresenza della lavoratrice e del suo sostituto.
Un “nido” per tutti
Si prevede il rifinanziamento del piano nazionale per gli asili nido, già messo in campo dal Governo Prodi nel 2007 ed annullato dal Governo Berlusconi. Lo scopo manifesto è ampliare l’offerta educativa del nido d’infanzia, anche attraverso l’integrazione fra diverse offerte di servizio, per dare ulteriori risposte ai diritti e alle esigenze dei bambini e delle famiglie. Viene quindi previsto un aumento del numero di asili nidi su tutto il territorio nazionale finalizzato a raggiungere l’obiettivo europeo del 33%, con particolare riguardo al mezzogiorno.
A completamento delle misure per il potenziamento dei servizi all’infanzia, si dispone un incremento delle risorse stanziate per l’attuazione del piano straordinario di intervento per lo sviluppo del sistema territoriale dei servizi socio-educativi, nella misura di 100 milioni di euro per il primo anno e di 200 milioni di euro l’anno per i successivi quattro anni, al fine di conseguire l’obiettivo di assicurare entro cinque anni la copertura del servizio di asili nido su tutto il territorio nazionale per almeno il 25 per cento dei bambini tra zero e tre anni, in attuazione degli obiettivi di copertura territoriale fissati dal Consiglio europeo di Lisbona del 23-24 marzo 2000.
venerdì 24 giugno 2011
Il ruolo delle donne nell’evoluzione del Servizio sanitario nazionale, prima Conferenza nazionale
Nel corso della Conferenza, organizzata dalla Direzione Generale della Comunicazione e Relazioni Istituzionali e dall'Ufficio stampa, è stata presentata la prima indagine conoscitiva, promossa dal Ministero e realizzata dalla Fondazione LABOS, sul fenomeno della femminilizzazione della Sanità in Italia, che ha rilevato il trend degli anni 2001-2009 ed ha fatto conoscere, attraverso delle interviste, le esperienze e le storie di vita di alcune donne della Sanità che rivestono posizioni di coordinamento e di vertice.
Scopo dell’iniziativa, quello di quantificare e comprendere quali sono le caratteristiche della crescente presenza delle donne nelle strutture della Sanità e quali potranno essere gli scenari futuri nell’ambito della salute in Italia ed in Europa.
"Ricordo che una donna italiana, Rita Levi Montalcini, ha ottenuto il Premio Nobel per la medicina per i suoi importantissimi studi sulle cellule nervose e che Maria Montessoriè nota in tutto il mondo per i suoi studi sulla psichiatria. Sulla scia di queste illustri pioniere sono molte le donne ricercatrici italiane che si stanno facendo onore nel nostroPaese e nel mondo" ha continuato il Ministro Fazio. E ancora: "E’ positivo, come indica la nostra indagine, che tra il 2001 e il 2009 il numero delle donne medico sia aumentato dal 30% al 37% e che le donne si stiano facendo strada anche in specialità considerate tradizionalmente maschili come chirurgia e radiologia. Nell’indagine mi ha favorevolmente colpito che buona parte delle intervistate sostieneche l’atout delle donne in sanità non è comportarsi come i maschi, ma applicare alla medicina le proprie caratteristiche specifiche come la tenacia, l’intuito, la capacità direlazione. Forse sono ancora poche le donne primario negli ospedali, docenti nelle Facoltà di medicina e dirigenti nel Servizio sanitario nazionale. E’ una lacuna che tuttiinsieme dobbiamo impegnarci a colmare e a questo scopo, come ha annunciato il Sottosegretario Martini, istituiremo al Ministero un Tavolo di monitoraggio che avrà anche ilcompito di applicare alle professioni sanitarie l’importantissimo accordo raggiunto ieri sera al Ministero del Lavoro per iniziativa del Ministro Sacconi sulla conciliazione tralavoro e famiglia che punta ad introdurre in tutti i livelli di contrattazione forme di flessibilità, come orari rimodulati, forme di telelavoro, lavori a tempo parziale, nuove forme dicongedi parentali, per conciliare i tempi di vita e i tempi di lavoro delle donne. E’ un accordo che rappresenta una vera pietra miliare per favorire la piena partecipazione delledonne al mercato del lavoro: un altro importante risultato concreto di questo Governo”.
La Conferenza, iniziata con la proiezione di un breve video sulla vita di Maria Montessori, è stata aperta dal Sottosegretario alla Salute On. Francesca Martini che ha sottolineato: “Le donne rappresentano ormai da molti anni la maggioranza del personale impiegato nel Servizio Sanitario Nazionale e dall’800, quando le prime donne si laurearono in medicina, la sanità italiana ha goduto incessantemente dell’apporto del mondo femminile. A fronte di questo però solo poco più del 18% delle donne raggiunge ruoli apicali nel servizio sanitario nazionale e solo 1 su 10 è dirigente medico di struttura complessa (ex primario). Ho fortemente voluto, in accordo con il Ministro Fazio, che il Ministero della Salute, nella giornata della donna, riconoscesse il loro ruolo fondamentale e con la prima Conferenza nazionale della storia della Repubblica dedicata a questo tema abbiamo aperto una riflessione seria e approfondita focalizzando i traguardi raggiunti, ma anche affrontando le criticità emergenti e abbiamo delineato un percorso volto a valorizzare per il futuro le competenze e le qualità intrinseche delle donne che tutti i giorni danno il loro apporto affinché la sanità italiana possa mantenere e incrementare la propria eccellenza. Oggi, con questa Conferenza, abbiamo avviato un percorso storico che proseguirà nel tempo. Istituiremo infatti al Ministero un Tavolo di monitoraggio permanente sulla presenza delle donne nel servizio sanitario nazionale, in cui verrà dato particolare rilievo ai loro sviluppi di carriera. Ci proponiamo inoltre di fornire ai due Rami del Parlamento una Relazione annuale con dati aggiornati che sarà un prezioso strumento di lavoro, di osservazione e di riflessione sia per le Commissioni parlamentari competenti che per tutti i parlamentari, tenendo conto che l’obiettivo prioritario è diffondere una cultura della crescita professionale sul territorio coinvolgendo le Regioni in questo percorso fondamentale".
A seguire una tavola rotonda, moderata dal giornalista RAI Franco Di Mare, in cui sono intervenute donne che a vario titolo ricoprono ruoli rappresentativi nel Servizio sanitario nazionale e che hanno raccontato la propria esperienza e le difficiltà incontrate nel loro percorso legate al genere, e a seguire ci sono state testimonianze dal mondo del volontariato e dell’associazionismo. In chiusura un dibattito al quale hanno partecipato i rappresentanti di Fnomceo, Fimmg, Fimp, Anaao, Cimo e Sumai.
Le donne fotografate dall'Istat
di Roberta Agostini, pubblicato il 24 maggio 2011 , 270 letture
I dati Istat resi noti nella giornata di ieri ci parlano di una crisi gravissima, che colpisce le imprese, le famiglie, le donne e i giovani. L’inerzia del governo è ormai lampante. Il centro destra ha alzato i toni della campagna elettorale fino ad arrivare alle ingiurie, agli insulti e alle menzogne perché con le grida pensa di coprire il proprio fallimento.
Ma, oltre le grida, la verità del paese, sta nella fotografia dell’Istat: un numero enorme di donne costrette a lasciare il lavoro alla nascita del primo figlio, la pratica silenziosa delle dimissioni in bianco che colpisce oltre 800 mila lavoratrici, il rischio povertà di troppe famiglie italiane, 2 milioni di giovani che lasciano la scuola e che non lavorano, indici drammatici di disoccupazione, mancanza di libertà di scelta e di opportunità nella quale si traduce la debolezza del nostro stato sociale. Le donne sono state il pilastro sul quale si è retto il nostro sistema di welfare. Cosa il governo pensa di fare di fronte all’evidenza che sotto i tagli al welfare, le donne, come giustamente sottolinea l’Istat, non ce la fanno più? Cosa fare per innalzare il tasso di occupazione femminile?
Il PD ha messo al centro del programma di riforme l’obiettivo strategico dell’incremento del tasso di occupazione femminile: 3 milioni di donne in più al lavoro avrebbero un effetto straordinario in termini di crescita del paese. Per questo continuiamo ostinatamente a chiedere riforme: ripristino delle norme contro le dimissioni in bianco, piano nazionale per gli asili nido, indennità di maternità universale e a carico della fiscalità generale, congedo di paternità obbligatorio sono alcune politiche pubbliche che si potrebbero fare. E si potrebbe partire, ad esempio, dall’impiego del “tesoretto” di 4 miliardi di euro ricavato dai risparmi dell’innalzamento dell’età pensionabile nel pubblico impiego, che invece è sparito nelle sabbie mobili della spesa pubblica.
Le donne sono la grande risorsa su cui investire per aprire una nuova stagione politica, economica, sociale. Le donne vogliono essere protagoniste del cambiamento del paese, come hanno dimostrato scendendo nelle piazze del 13 febbraio, impegnandosi nella campagna elettorale delle amministrative, dando fiducia ai nostri candidati sindaci che si sono rivolti all’elettorato femminile a Milano, a Torino, a Bologna non con promesse vaghe ma con impegni chiari sulla composizione paritaria delle giunte e sull’innovazione delle politiche delle città.
Anche per vincere i ballottaggi questo deve essere tenuto ben fermo. Puntare sulle capacità femminili e sulle donne come risorsa per la crescita del paese, significa davvero costruire un’alternativa radicale al disastro rappresentato da questo governo e alla cultura politica che il centro destra esprime.
In pensione a 65 anni? Donne italiane spremute come limoni
La domanda allora è: se promuovere il lavoro femminile è una carta di riserva così importante per far sviluppare il Paese, perché essa non viene giocata? E anzi, al contrario, le donne vengono ricacciate in casa oppure spremute fino all`impossibile, mentre passa solo ciò che è punitivo nei loro confronti e ciò che serve a promuoverle procede lentamente o viene boicottato?
Non è facile rispondere a questa domanda. Sicuramente scontiamo una cultura tradizionale familistica, basata sulla divisione naturale dei ruoli. Ma oggi questa spiegazione storico-culturale non basta più. Si tratta invece di una scelta politica strategica che la destra ha fatto soprattutto negli ultimi anni, accentuata in epoca di crisi economica.
Ha individuato nella famiglia il maggiore ammortizzatore sociale. I tagli al welfare ricadono tutti sulle spalle delle famiglie e, dunque, delle donne: il tempo pieno che si riduce nelle scuole, la non autosufficienza che scompare dalle voci di bilancio, i servizi all`infanzia e alla persona che si riducono per effetto dei tagli alle autonomie locali. Aumenta il peso del lavoro di cura. E intanto, viene elevata l`età pensionabile nel pubblico impiego da 60 a 65 anni, senza dare loro niente in cambio di quei 5 anni considerati dal legislatore a suo tempo come risarcimento proprio per il lavoro di cura svolto.
Ora si paventa l`elevamento dell`età anche per il privato al fine di realizzare altri risparmi. Donne spremute e sfruttate. Niente riconoscimenti del loro valore, solo precarietà e fatica.
Vi ricordate la legge sulle quote nei CdA? Si sta perdendo nella notte dei tempi, non avendo Il governo dato l`autorizzazione per un iter più veloce alla Camera dopo i cambiamenti apportati al Senato, dove molti nel Pdl hanno votato contro con le motivazioni più assurde, ma che si riducono a una: non possono esistere «privilegi» per le donne. Si parla di privilegi in un Paese nel quale, come ha dimostrato Monica D`Ascenzo nel suo documentato «Fatti più in là». Donne al vertice delle aziende: le quote rosa nei CdA (Gruppo24ore) », siamo agli ultimi posti in Europa e nel mondo! Mentre la svolta di cui l`Italia ha bisogno per tornare a crescere ha bisogno del contributo delle donne. Vincerà chi saprà valorizzare i loro talenti, la loro voglia di contribuire alla costruzione civile, sociale, economica del Paese.
martedì 8 marzo 2011
A Pierluigi Bersani.Commento sulla bacheca del Segretario nazionale del Pd.Sabato 5 marzo 2011.
Concordo in pieno su tutto quello che lei dice ma in queste... ore drammatiche non solo per la Libia, soprattutto per l'Italia, e in primis x quell'Italia del sud, del mezzogiorno che lei ama tanto e che difende a spada tratta, bene , quella regione, la mia regione ora più che mai ha bisogno che la politica si occupi di lei...e non perchè i nostri amministratori regionali e senatori nn lo stiano facendo, ma perchè è il governo che ci sta ignorando!
La gente sta soffrendo, ha perso tutto ciò che possedeva...contadini senza case, distrutte dalle alluvioni di questi giorni,gente senza futuro in quanto un presente non ce l'ha più, parco archeologico, la Magna Grecia,coperta dall'acqua che ancora continua a scendere inesorabile...e ancora di più...indescrivibile!te e Morte e desolazione regnano sovrani in questa terra tanto amata che tanto ha dato e continua a dare.
Lo dica apertamente al capo Berlusconi, si unisca alle nostre voci che chiedono e hanno bisogno di futuro...invochi più che mai. l'aiuto dello Stato, la sua presenza, il suo aiuto paterno come dovrebbe essere a 150 anni dalla nascita di questa Italia che sembra non voler crescere...si unisca alle nostre voci e insieme a noi cerchiamo di costruire, anzi ricostruire se è possibile, un'Italia migliore.Grazie
lunedì 14 febbraio 2011
Il mio intervento alla manifestazione dibattito "Donne lucane in movimento:Se non ora Quando?"-Matera, li 13 febbraio 2011

Saluto il parterre e tutti i convenuti a questo dibattito ma lasciatemi soprattutto salutare questo giorno ricco di impegno e di speranze che segnerà un punto fermo nella storia sociale e politica del nostro Paese Italia.
Un Paese offeso e vituperato e che oggi cerca, attraverso le donne gli uomini che scendono in piazza insieme a noi, di riprendersi e di riaffermare i valori etici, morali e sociali di cui si sentono e sono portatori.
Perché esiste questa Italia, che è la parte più grande e fiera del nostro Paese:quella che in silenzio quotidianamente lavora ,di chi un lavoro ancora ce l’ha e fatica e stenta a vivere la quotidianità e a sognare e prospettare e progettare un futuro per sè per i propri figli.
Non è solo colpa della crisi economica, come qualcuno afferma!
C’è una crisi culturale e sociale cui dobbiamo immediatamente porre fine!
C’è una forte drammaticità in tutto questo!
Xkè seppure esiste una società silenziosa fatta di tante donne che ogni giorno portano avanti la propria dignità e combattono per difenderla, assistiamo con sempre più frequenta alla rappresentazione di un’Italietta fatta di svilimento femminile.
Fatta di donne piccole che hanno dimenticato valori come la parità, conquistata attraverso la competenza, il sacrificio e il lavoro, che credono di vincere sulla società maschilista imitandone i meccanismi più aberranti ed inetti.
Sono queste le donne che si ritrovano sconfitte e svilite, schiave di Berlusconi, dell’uomo che per primo non ha rispetto di loro.
Dalle intercettazioni emerge una donna spietata, propensa al ricatto, incline alla vendita di sé, disposta ad accettare sottomissione e schiavitù.
La rappresentanza femminile nel mondo del lavoro e in Parlamento non solo è esigua e scarna, ma appare spesso come il prodotto di favori, quando non di ricatti.
E credo che oggi si sia scesi in piazza per mostrare alle donne quanto siano cadute in basso e ricominciare a fare autocritica.
In tal senso, mi sovviene ciò che è avvenuto l’altro giorno qui in Basilicata, quando mi ritrovo a leggere il comunicato stampa fatto da alcune donne della commissione pari opportunità che prendevano le distanze dalla manifestazione di oggi e invitavano altre donne a non farsi strumentalizzare.
Ho risposto ad una di loro, che comprendevo le ragioni di tale dissenso , eccome se le comprendevo.
Loro abituate e soggiogate dall’umiliante giogo maschilista del loro capo di partito che , ahimè, è il mio capo di mio governo, a sottostare alle sue angherie per non essere messe “fuori”.
Ho risposto ad una di loro che mi sarei aspettata che a quel comunicato stampa ne succedesse un altro, dove, rivendicavano la loro dignità di donna e prendevano atto che un’epoca sta per finire, quella del loro premier,un comunicato dove invitavano altre donne del loro partito a riappropriarsi dei loro ruoli e delle loro dignità dimostrando di essere e fare la politica delle donne di destra e non quella delle donne di Berlusconi.
Perchè bisogna prendere coscienza di tutto questo!
Bisogna capire fino in fondo quanto l’Italia ha bisogno di politica e le ho svelato un mio desiderio:quello di vedere , in un giorno non molto lontano, le donne di questa Italia confrontarsi sui temi e sui problemi reali partendo dalle loro rispettive collocazioni e differenze politiche, per riprenderci il futuro e magari prospettare all’Italia intera che un futuro è ancora possibile.
Ma tutto questo cominciamo a farlo a partire da noi.
Magari ritornando a rileggere la storia del nostro Paese, quella scritta nella Costituzione e che vide per la prima volta, nella storia politica italiana , una donna Tina Anselmi, nel 1976 sedere tra i banchi del Parlamento.
Una storia scritta anche grazie al protagonismo delle 21 donne che per la prima volta nel 46 furono chiamate a far parte della Costituente e altre duemila sedere nei consigli comunali.
Possiamo forse ricercare in quei giorni lontani le tracce del nostro percorso e dei profondi mutamenti che hanno trasformato la società, la famiglia e la storia e che oggi ci chiamano a nuove responsabilità.
Riprendiamoci la politica, e innanzitutto diciamo basta a questo tipo di politica, basta a Berlusconi
riportiamo al centro del dibattito il protagonismo sano dell’essere donne - e uomini - nelle nostre città e nel nostro Paese.
Facciamo in modo che il Parlamento sia un luogo degno di rispetto e che sedersi in quell’aula sia il risultato del merito e del valore e non il simbolo della vergogna.
Torniamo a parlare dei gravi problemi che attanagliano l’Italia e non delle cronache sessuali che distolgono da una crisi che ci sta soffocando.
E facciamolo riconquistando il popolo e combattendo il berlusconismo inperante da quasi un ventennio, riformando le coscienze a intensificando i momenti di formazione politica e culturale delle nuove generazioni e di una nuova classe dirigente.
E dobbiamo farlo cominciando a richiamare tutti gli amministratori e rappresentanti delle forze politiche sociali e culturali della nostra regione.
A richiamarli al senso di responsabilità .
Che siano esempio di rispetto della dignità di tutti i cittadini di questo paese,un esempio quotidiano attuato attraverso anche le difficili scelte amministrative cui sono chiamati ogni giorno.
Perché, molta strada c’è ancora da percorrere e mandare a casa Berlusconi è solo l’inizio di un lungo percorso.
Cominciamo a percorrerlo insieme, uomini e donne del PD!
Cominciamo a farlo con maggiore forza e determinazione, offrendo un prezioso e solidale contributo al progresso della politica e del sistema, affinché le espressioni “cittadinanza duale” e “democrazia paritaria” trovino un senso concreto.
Ritrovando il senso di noi stessi e della nostra dignità umana.
Recuperiamo il modo di ricostruire una trama di relazioni umane significative, di cui bisognerebbe saper far tesoro.
Ritroviamo le tracce del percorso necessario per permettere finalmente alla soggettività femminile di delinearsi nella sua interezza, trovando i propri percorsi di libertà e autonomia - chiari, definiti, intangibili, invendibili - da porre al servizio della collettività.
Riapriamo il dialogo, il dibattito, lo scambio, la comunicazione tra le donne delle istituzioni, dell’associazionismo, delle professioni e del lavoro.
Rimettiamo in rete l’energia, la forza, le esperienze, il punto di vista di uomini e donne.
Sosteniamo la soggettività politica e la partecipazione civica della donne.
Facciamo tutto questo, ricordando soprattutto a tutti e a noi stesse che cosa significhi, profondamente e consapevolmente, esserLO DONNE!.
SE NON ORA QUANDO?.
