venerdì 25 febbraio 2011

Macchè calo!E' un boom della droga!


Contestati i dati del ministro Giovanardi.Sono quasi 500 i tossicodipendenti in carico del Sert nel materano.Ben 223 sono residenti nel capoluogo.

L’Italia è ai vertici della classifica per il consumo di droga , dopo Spagna e Portogallo.La cannabis è tra gli stupefacenti più consumati nel vecchio continente ma la cocaina, al secondo posto per gradimento in Europa, è in testa per numero di decessi, mille nel 2008 e in crescita rispetto agli anni precedenti. Quasi 14 milioni di adulti hanno provato la polvere bianca, 4 milioni l'hanno consumata nell'ultimo anno.Sono invece 75,5 milioni gli europei che hanno provato la cannabis almeno una volta nel corso della loro vita, di questi circa 23 milioni ne hanno fatto uso nell'ultimo anno e circa 4 milioni la consumano quotidianamente o quasi.I dati sono quelli della Relazione 2010 sull’evoluzione del fenomeno della droga in Europa, presentata nel novembre scorso dall’Agenzia europea delle droghe (Oedt) a Lisbona e in contemporanea a Roma.Il rapporto rileva come il consumo di questa sostanza sia strettamente collegato alla frequentazione di ambienti come le discoteche ed all'abuso di sostanze alcooliche.
Un aspetto particolarmente allarmante, evidenziato dal rapporto, è quello di droghe appositamente "progettate" a partire da medicinali esistenti e legalmente circolanti. "La diffusione di medicinali contraffatti, fabbricati e venduti al posto dei prodotti legittimi è un problema crescente. Nel 2009 sono state segnalate al sistema di allarme rapido sostanze basate su lievi modificazioni delle strutture chimiche di medicinali il cui abuso potenziale era noto. La crescita dei nuovi farmaci progettati aggiungerebbe un compito indesiderato alla necessità di evitare il dirottamento e l'abuso di farmaci soggetti a prescrizione medica. È anche un ulteriore esempio del modo in cui l'innovazione sul mercato illegale richieda una risposta energica e unificata in termini di quadri normativi per il controllo dei medicinali e delle droghe. La questione rappresenta una minaccia potenziale più che un problema immediato, ma tenuto conto della velocità alla quale si verificano i nuovi sviluppi in questo campo, è importante anticipare le sfide future. L'idea che in futuro si assisterà a una crescita del numero di nuove droghe basate su prodotti farmaceutici esistenti, ma destinati a un uso non terapeutico, sarebbe particolarmente preoccupante.Trafficanti e spacciatori affinano le tecniche per far circolare la cocaina: prima dell’esportazione introducono cocaina base o idrocloride nei materiali da trasporto, come ad esempio cera d’api, fertilizzanti o tessuti, e poi la estraggono nei laboratori clandestini allestiti nell’Ue: nel 2008 ne sono stati scoperti 25 solo in Spagna. Ma non è solo questo a preoccupare l’agenzia di Lisbona: nel 2008 i decessi collegati al consumo della polvere bianca sono raddoppiati, passando da 500 a mille. Nello stesso anno circa 70 mila europei hanno cominciato a curarsi dalla dipendenza da questa sostanza, circa il 17% di tutti i nuovi pazienti che si sottopongono a trattamento delle tossicodipendenze.«Troppi europei», afferma il direttore dell’Oedt Wolfgang Goetz, «considerano ancora il consumo di cocaina come un accessorio relativamente innocuo di uno stile di vita di successo». Invece, occorre sapere che «non solo il suo consumo può aumentare pesantemente e con rapidità, ma anche che può causare decessi, persino quando l’assunzione è occasionale e le dosi sono basse». In Europa in un anno sono aumentate di 1 milione sia le persone che hanno provato la cocaina che quelle che l’hanno consumata negli ultimi 12 mesi. Sullo specifico fronte italiano, il sottosegretario Carlo Giovanardi, asserendo che i dati Ue sulla crescita del consumo sono vecchi, presenta i suoi sulla presunta riduzione dei consumi e quindi diminuzione dei consumatori, cosi' come li aveva presentati a suo tempo al Parlamento italiano, dati contestati da piu' parti.
In merito interviene Mario Staderini, segretario di Radicali Italiani, che contesta i dati del sottosegretario Carlo Giovanardi.
"Il proibizionismo non funziona e non conviene provocando immensi costi civili, economici e sociali. E' una forma di repressione sociale di massa che garantisce fiumi di denaro a terrorismo e narcomafie. Solo in Italia, sono oltre 11 i miliardi di euro assicurati alla criminalità dalla droga proibita, mentre quattro milioni sono i consumatori trasformati in criminali, 250 mila gli spacciatori e 28 mila i detenuti per violazione della legge sugli stupefacenti".
Secondo Staderini "non ha alcun senso spendere miliardi di euro per la lotta alla droga quando la stessa Agenzia denuncia la mancanza di risorse per i trattamenti sanitari dei tossicodipendenti". "Il sottosegretario Giovanardi, poi, smetta di vantarsi per dei dati che sono scientificamente fasulli, visto che l'88% del campione della sua indagine non ha risposto alle domande".Ma aldilà delle affermazioni di rappresentanti politici restano i dati del tutto preoccupanti ed inconfutabili soprattutto se si guarda in casa nostra.Se si guardano i dati del Sert potentino e di quello materano, sicuramente ciò che ne emerge non è per nulla rassicurante.
In linea con quanto avviene nel resto del Paese la figura del tossicodipendente è molto cambiata. L’età media degli assuntori di sostanze stupefacenti è calata (oggi la media varia tra i 23 e 29 anni) e sempre più spesso si tratta di poliassuntori (diverse tipologie di droghe) con finalità legata al semplice sballo. Proprio l’elemento età è quello che desta maggiori preoccupazioni perché, accade sempre più spesso, a cadere nella rete della droga (soprattutto di quelle «senza ago» sono i giovanissimi a caccia di emozioni forti. Un segnale forte della rottura di alcuni importanti legami sociali, di un malessere generale della nostra società. L’eroina rimane la sostanza «preferita» dai potentini (oltre 60 per cento degli assuntori sceglie questo tipo di stupefacente) ma anche la cocaina (una volta riservata solo ai benestanti) e le nuove sostanze sintetiche (ecstasy) fanno molta presa aumentando i rischi e alimentando il mercato del malaffare. Riguardo ai «numeri» degli assuntori di droghe nel capoluogo è impossibile essere precisi, sia perché molti «rifiutano» questa etichetta e non si rivolgono al Sert o all’associazioni di volontariato sul territorio sia perchè proprio la presenza di tanti possibili soggetti a cui rivolgersi e la mancanza di coordinamento tra queste impedisce un conto preciso.
Allarmante è ciò che emerge dai dati del Sert di Potenza (riguarda il capoluogo ma anche gli altri comuni dell’hinterland) conferma l’aumento esponenziale degli ultimi anni. Attualmente sono ben 492 i tossicodipendenti prese a carico dal Sert (un aumento di 20 unità rispetto all’anno precedente) e a quanto si apprende dalla relazione annuale dell’ASM di Matera, si rileva che
gli utenti del Servizio Tossicodipendenti provengono per il 75%, equivalente a 369 su 490, dal Distretto di Matera e di questi ben 223 (il 60%) dalla città di Matera.
Controsenso del mercoledi del 22 febbraio 2011

lunedì 14 febbraio 2011

Il mio intervento alla manifestazione dibattito "Donne lucane in movimento:Se non ora Quando?"-Matera, li 13 febbraio 2011


Saluto il parterre e tutti i convenuti a questo dibattito ma lasciatemi soprattutto salutare questo giorno ricco di impegno e di speranze che segnerà un punto fermo nella storia sociale e politica del nostro Paese Italia.

Un Paese offeso e vituperato e che oggi cerca, attraverso le donne gli uomini che scendono in piazza insieme a noi, di riprendersi e di riaffermare i valori etici, morali e sociali di cui si sentono e sono portatori.

Perché esiste questa Italia, che è la parte più grande e fiera del nostro Paese:quella che in silenzio quotidianamente lavora ,di chi un lavoro ancora ce l’ha e fatica e stenta a vivere la quotidianità e a sognare e prospettare e progettare un futuro per sè per i propri figli.

Non è solo colpa della crisi economica, come qualcuno afferma!

C’è una crisi culturale e sociale cui dobbiamo immediatamente porre fine!

C’è una forte drammaticità in tutto questo!

Xkè seppure esiste una società silenziosa fatta di tante donne che ogni giorno portano avanti la propria dignità e combattono per difenderla, assistiamo con sempre più frequenta alla rappresentazione di un’Italietta fatta di svilimento femminile.

Fatta di donne piccole che hanno dimenticato valori come la parità, conquistata attraverso la competenza, il sacrificio e il lavoro, che credono di vincere sulla società maschilista imitandone i meccanismi più aberranti ed inetti.

Sono queste le donne che si ritrovano sconfitte e svilite, schiave di Berlusconi, dell’uomo che per primo non ha rispetto di loro.

Dalle intercettazioni emerge una donna spietata, propensa al ricatto, incline alla vendita di sé, disposta ad accettare sottomissione e schiavitù.

La rappresentanza femminile nel mondo del lavoro e in Parlamento non solo è esigua e scarna, ma appare spesso come il prodotto di favori, quando non di ricatti.

E credo che oggi si sia scesi in piazza per mostrare alle donne quanto siano cadute in basso e ricominciare a fare autocritica.

In tal senso, mi sovviene ciò che è avvenuto l’altro giorno qui in Basilicata, quando mi ritrovo a leggere il comunicato stampa fatto da alcune donne della commissione pari opportunità che prendevano le distanze dalla manifestazione di oggi e invitavano altre donne a non farsi strumentalizzare.

Ho risposto ad una di loro, che comprendevo le ragioni di tale dissenso , eccome se le comprendevo.

Loro abituate e soggiogate dall’umiliante giogo maschilista del loro capo di partito che , ahimè, è il mio capo di mio governo, a sottostare alle sue angherie per non essere messe “fuori”.

Ho risposto ad una di loro che mi sarei aspettata che a quel comunicato stampa ne succedesse un altro, dove, rivendicavano la loro dignità di donna e prendevano atto che un’epoca sta per finire, quella del loro premier,un comunicato dove invitavano altre donne del loro partito a riappropriarsi dei loro ruoli e delle loro dignità dimostrando di essere e fare la politica delle donne di destra e non quella delle donne di Berlusconi.

Perchè bisogna prendere coscienza di tutto questo!

Bisogna capire fino in fondo quanto l’Italia ha bisogno di politica e le ho svelato un mio desiderio:quello di vedere , in un giorno non molto lontano, le donne di questa Italia confrontarsi sui temi e sui problemi reali partendo dalle loro rispettive collocazioni e differenze politiche, per riprenderci il futuro e magari prospettare all’Italia intera che un futuro è ancora possibile.

Ma tutto questo cominciamo a farlo a partire da noi.

Magari ritornando a rileggere la storia del nostro Paese, quella scritta nella Costituzione e che vide per la prima volta, nella storia politica italiana , una donna Tina Anselmi, nel 1976 sedere tra i banchi del Parlamento.

Una storia scritta anche grazie al protagonismo delle 21 donne che per la prima volta nel 46 furono chiamate a far parte della Costituente e altre duemila sedere nei consigli comunali.

Possiamo forse ricercare in quei giorni lontani le tracce del nostro percorso e dei profondi mutamenti che hanno trasformato la società, la famiglia e la storia e che oggi ci chiamano a nuove responsabilità.

Riprendiamoci la politica, e innanzitutto diciamo basta a questo tipo di politica, basta a Berlusconi

riportiamo al centro del dibattito il protagonismo sano dell’essere donne - e uomini - nelle nostre città e nel nostro Paese.

Facciamo in modo che il Parlamento sia un luogo degno di rispetto e che sedersi in quell’aula sia il risultato del merito e del valore e non il simbolo della vergogna.

Torniamo a parlare dei gravi problemi che attanagliano l’Italia e non delle cronache sessuali che distolgono da una crisi che ci sta soffocando.

E facciamolo riconquistando il popolo e combattendo il berlusconismo inperante da quasi un ventennio, riformando le coscienze a intensificando i momenti di formazione politica e culturale delle nuove generazioni e di una nuova classe dirigente.

E dobbiamo farlo cominciando a richiamare tutti gli amministratori e rappresentanti delle forze politiche sociali e culturali della nostra regione.

A richiamarli al senso di responsabilità .

Che siano esempio di rispetto della dignità di tutti i cittadini di questo paese,un esempio quotidiano attuato attraverso anche le difficili scelte amministrative cui sono chiamati ogni giorno.

Perché, molta strada c’è ancora da percorrere e mandare a casa Berlusconi è solo l’inizio di un lungo percorso.

Cominciamo a percorrerlo insieme, uomini e donne del PD!

Cominciamo a farlo con maggiore forza e determinazione, offrendo un prezioso e solidale contributo al progresso della politica e del sistema, affinché le espressioni “cittadinanza duale” e “democrazia paritaria” trovino un senso concreto.

Ritrovando il senso di noi stessi e della nostra dignità umana.
Recuperiamo il modo di ricostruire una trama di relazioni umane significative, di cui bisognerebbe saper far tesoro.

Ritroviamo le tracce del percorso necessario per permettere finalmente alla soggettività femminile di delinearsi nella sua interezza, trovando i propri percorsi di libertà e autonomia - chiari, definiti, intangibili, invendibili - da porre al servizio della collettività.

Riapriamo il dialogo, il dibattito, lo scambio, la comunicazione tra le donne delle istituzioni, dell’associazionismo, delle professioni e del lavoro.

Rimettiamo in rete l’energia, la forza, le esperienze, il punto di vista di uomini e donne.

Sosteniamo la soggettività politica e la partecipazione civica della donne.

Facciamo tutto questo, ricordando soprattutto a tutti e a noi stesse che cosa significhi, profondamente e consapevolmente, esserLO DONNE!.

SE NON ORA QUANDO?.

venerdì 11 febbraio 2011

Prevenzione dei tumori:necessario colmare il gap tra nord e sud. Basilicata:la grande malata d’Italia.


Si è parlato di screening e di malattie che affliggono una numerosa fetta della popolazione lucana, venerdì scorso a Matera al convegno organizzato dalla LILT(Lega Italiana Lotta Tumori), dal titolo:”Si scrive screening si legge prevenzione tumori”, presso l’Auditorium “R. Gervasio”.

Numerosa ed attenta la partecipazione e di rilievo il parteur dei relatori:dal Pres. Naz. LILT, Francesco Schittulli a quello regionale Virgilio paradiso per ciò che concerne ”l’associazione che da anni costituisce il braccio operativo del Ministero della Salute per il suo impegno nella prevenzione”-come ha dichiarato lo stesso Schittulli.

Al tavolo erano presenti rappresentanti del mondo del volontariato (oltre alla LILT anche il Pres. Reg. AVIS Genesio de Stefano),istituzionale- l’Ass.Reg.Sanità, Attilio Martorano ed Antonio Federici, della direzione generale di prevenzione sanitaria del Ministero della salute, ed infine, anche rappresentanti della sanità lucana come Vincenzo Barile (Resp.Screening alla mammella),Rocco Maglietta (Dir.CROB Rionero)ed Angelo Sigillito (Resp.screening colon retto).

Un convegno che ha segnato un ulteriore passo in avanti nella lotta e nell’informazione sulla malattia del secolo, che di numerose vittime è troppo spesso sempre più causa nella nostra regione e in tutte le aree territoriali in cui è suddivisa.

Nel giugno 2010, infatti,sul mensile TERRA, è apparsa un’indagine effettuata dal responsabile OLA Pietro Dommarco, nella quale appaiono dei dati davvero poco entusiasmanti circa le tipologie tumorali e la loro incidenza diversificata nelle varie aree della nostra regione.(vedi BOX).

E sempre sulla stessa scia, un’altra relazione interessante effettuata dalla giornalista Maria Ingrosso circa le “malattie oncologiche” rilevava “un’allarmante aumento delle patologie tumorali in Italia”,con riferimento a dati ricavati dal Registri regionali dei tumori e dall’Istat.

Quanto è emerso è preoccupante:si registra, infatti, dal 1970 al 2010, una diminuzione dell’incidenza dei tumori sulla popolazione italiana che è in netta contraddizione con la tendenza lucana. Nel senso che, mentre nel resto d’Italia e nelle regioni a noi limitrofe, si registra una diminuzione anche di casi di morte dovuti a malattie tumorali, in Basilicata avviene il contrario.

I fattori che influenzano queste patologie sono molteplici:cattiva alimentazione, cattivo stile di vita o ancora cattiva condizione ambientale.

Come ridurre questo preoccupante problema? Sicuramente, per ridurre l’incidenza dei tumori nell’ ”isola felix” lucana è importante una buona prevenzione. La Regione Basilicata, dal 1991 porta avanti una campagna gratuita di prevenzione con pap-test a cui sono sottoposte donne oltre i 30 anni e mammografie per donne oltre i 50 anni da effettuarsi presso le strutture pubblica.

Un’importante iniziativa che affianca altri 2 fondamentali protocolli d’intesa sottoscritti dalla LILT regionale con la Regione Basilicata e con l’AVIS regionale. La collaborazione tra le istituzioni e il mondo del volontariato sembra quindi dimostrarsi un punto di forza nella lotta ai tumori, così come dichiarato dall’Assessore Regionale Attilio Martorano che ha sottolineato la necessità di investire nel sistema di rete rappresentato dall’associazionismo: “ Abbiamo fatto molto in questi anni e possiamo migliorare implementando l’azione corale, come dimostra il protocollo firmato con la LILT .” Mentre il presidente regionale dell’Avis Genesio De Stefano precisa che: “ Serve una nuova cultura della solidarietà in una rete fatta di consapevolezza e di reciprocità”.

Da tutto ciò si nota che vi è la necessità e si avverte l’importanza di un vero percorso culturale in direzione di una sempre maggior diffusione degli strumenti di prevenzione e di rafforzare la collaborazione tra gli attori del mondo sociale e istituzionale. L’obiettivo comune è che l’attuale tendenza di crescita delle patologie tumorali in Basilicata, a differenza di molte altre regioni italiane, possa essere invertita e come dichiarato dal presidente nazionale della LILT, Schettini” il gap che divide il nord e il sud possa essere colmato”. Ma questa volta il federalismo c’entra poco.

TIPOLOGIE TUMORALI IN BASILICATA

Secondo l’inchiesta del mensile Terra

Di Pietro Dommarco

Lagonegrese e area Sud

incremento di tutte le forme di cancro

sia per i maschi che per le femmine

Metapontino

Aumento tumori tiroidei

abbassamento notevole dell’età dei pazienti

Basso Sinni

tumore alla mammella

+46.9

Collina Materana

tumore al colon

+20.8

uomini

Basso Basento Melandro

tumore al colon

donne

l’Alto, il Medio Basento ed il territorio del Bradano

tumore alla prostata

+42.2

Vulture

tumore alla prostata

+84.2

Area Basentana

-linfoma non -Hodgking leucemia mieloide

+28.7 per i maschi,

+5 per le femmine

tra i 40 e i 70 anni

Val d’Agri

Val Camastra

leucemia mieloide non ereditaria

aumenti medi pari a 10.3.

Viggiano,

Vulture, Meandro,

Val Sarmento

tumore al pancreas

+16,

+15,

+17.1,

+8.5,

+4.6


da Controsenso del 9 febbraio 2011

venerdì 4 febbraio 2011

La parola che ti manca


Colpisce circa l’8% dei bambini in età prescolare, mentre in età scolare la percentuale scende fino al 2%: una differenza del 6% che non scompare, anzi generalmente evolve fino ai 14 anni dando vita a disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) e, in misura minore, in disturbi dell’affettività e della condotta: sono i dati sui disturbi specifici del linguaggio (DSL).

I DSA rappresentano le difficoltà di molti bambini in età evolutiva a imparare a leggere, scrivere e a fare i conti in assenza di deficit cognitivi, sensoriali e psicologici. I DSA, quindi, non sono una “malattia”, ma un disturbo che, se non riconosciuto e trattato, può comportare un impatto negativo per l’autostima e la qualità della vita scolastica e familiare del bambino. Tra i DSA la dislessia assume un ruolo fondamentale perché è il più ‘invalidante’ e anche il più visibile, in quanto caratterizzato da difficoltà a effettuare una lettura rapida e/o accurata. Questo problema è inatteso in rapporto alle altre abilità cognitive, in quanto l`intelligenza è integra, e non è spiegabile in termini di inadeguata istruzione scolastica, o dalla presenza di deficit visivi o neurologici.
Ogni genitore può notare difficoltà di apprendimento del bambino già nel primo anno di scuola. Già dopo pochi mesi è infatti riscontrabile un’incapacità di riconoscimento delle lettere, lentezza eccessiva nella lettura, molti errori nella scrittura. La diagnosi di dislessia avviene generalmente in seconda elementare, ma alcuni interventi sulla fonologia e codifica scritta dei suoni alfabetici e sulla loro analisi visiva si possono già svolgere a metà anno della prima classe. Interventi precoci di questo tipo rendono automatici e più veloci i processi di apprendimento. Viceversa, in presenza di disturbo diagnosticato in seconda elementare o più tardi, il trattamento riabilitativo è immediatamente necessario.
Le ripercussioni psicologiche e sociali, quindi non solo scolastiche, possono essere molte.

Quelle psicologiche più frequenti sono un basso livello di autostima, un alto grado di frustrazione, un senso di inadeguatezza personale e sociale ed anche una scarsa motivazione al cambiamento. A livello scolastico, in assenza di un intervento precoce, le conseguenze più rilevanti possono andare dalla difficoltà di accesso ai saperi minimi previsti dal programma ministeriale a veri e propri fenomeni di inadeguatezza sociale, sino ad arrivare al fenomeno della dispersione scolastica e allo scarso successo nel mondo del lavoro, come più volte segnalato dal Ministero dell’Istruzione.
Tra i DSA, la dislessia assume un ruolo fondamentale perché è il più ‘invalidante’ e poco conosciuto. Il bambino dislessico può leggere e scrivere, ma riesce a farlo solo impegnando al massimo le sue capacita e le sue energie, poiché non può farlo in maniera automatica e perciò si stanca rapidamente, commette errori, rimane indietro, non impara. “Questo disturbo – spiega Cristiano Termine, membro del direttivo nazionale dell’Associazione Italiana Dislessia (AID) – interessa il 4% della popolazione generale con una lieve prevalenza per il sesso maschile. L’assistenza, ovvero la diagnosi e il trattamento della dislessia, avviene nell`ambito dei servizi dedicati all’età evolutiva (o nelle Unità Operative di Neuropsichiatria Infantile), presenti in tutte le Aziende Sanitarie. La principale fonte di sostegno alle famiglie e ai dislessici è rappresentata dall`Associazione Italiana Dislessia, che riunisce genitori, dislessici adulti, tecnici (neuropsichiatri infantili, psicologi, logopedisti) ed insegnanti, ovvero tutte le figure che sono direttamente implicate nella presa in carico delle problematiche della dislessia".

Organizzato a seguito dell'entrata in vigore della legge 170 del 2010 sui Disturbi specifici per l'apprendimento, il convegno tenutosi a Matera lo scorso 26 gennaio su iniziativa dell’AID Matera e sostenuta dai Lions Club “Matera Host”, Lions Club Policoro,"Dislessia punto a capo, per comprendere e progettare un nuovo inizio", è stato un importante momento di discussione collettiva, per far meglio comprendere il fenomeno dislessia, le sue problematiche e cominciare al contempo a discutere delle novità normative e del ruolo riservato agli insegnati nella diagnosi e cura del disturbo.

La legge 170/2010 prevede un ruolo attivo degli insegnanti nell'individuare precocemente il rischio. Inoltre, secondo la nuova normativa, gli insegnanti sono chiamati a comunicare l'esistenza del disturbo alle famiglie e a introdurre gli appositi strumenti compensativi e dispensativi. L'incontro è stato l’occasione per discutere anche di come favorire un dialogo costruttivo sulle prospettive applicative della legge, in vista della prossima realizzazione dei decreti attuativi.

La partecipazione del mondo associazionistico, scolastico, sanitario ed istituzionale ha dimostrato quanto il problema dislessia interessi tutta la società come afferma la Pres. AID Matera,Cristina Corazza:” il coinvolgimento e la partecipazione attenta e numerosa al convegno è il dato più significativo ed eclatante da evidenziare. Un Auditorium gremito di gente interessata soprattutto a comprendere le problematiche che investono il mondo della dislessia e come cambia a livello legislativo il modo di intervenire sul disagio psicologico e sociale del dislessico.

Riscontri positivi sono giunti soprattutto dal mondo degli insegnanti, che hanno richiesto alla nostra associazione momenti di alta formazione per acquisire strumenti e tecniche per agevolare l’apprendimento dei soggetti interessati da questa patologia. Un altro dato che mi piace sottolineare, è anche la maggiore collaborazione ed interesse mostrata dalle istituzioni, nelle persone dell’Assessore Regionale della Sanità, Attilio Martorano e quello dell’Assessore Regionale alla Formazione e Lavoro, Rosa Mastrosimone.”

“Aldilà della soddisfazione data dalla riuscita del Convegno, c’è ancora molto da fare”-continua la Corazza, sottolineando come” in regione e soprattutto nella nostra provincia, non si hanno dei dati precisi che possano darci una più chiara lettura del fenomeno Dislessia. In questo senso dei dati interessanti ci vengono forniti dall’Ufficio Scolastico Provinciale e dell’Asm, ma non offrono una reale cognizione. Pertanto, la legge appena approvata sia a livello Nazionale che regionale, ci consente di iniziare un primo censimento della problematica e di progettare nuovi strumenti per affrontare la dislessia”

Perché come dichiarato in sede di convegno Giacomo Stella, fondatore AID e promotore della legge,”Uno dei problemi della dislessia è quello di vincere lo scetticismo della gente”.

E dall’AID di Matera, preannunciano che un altro convegno, in collaborazione con l’ASM, è in programma per il 5 marzo p.v.

Perché l’informazione e la formazione sono i primi strumenti e forse tra i più efficaci per conoscere ed affrontare lo scetticismo imperante.

articolo apparso su Controsenso del 2 febbraio 2011

mercoledì 26 gennaio 2011

Legge 20 luglio 2000, n. 211






"Istituzione del "Giorno della Memoria" in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti"

pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31 luglio 2000

Art. 1.

1. La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

Art. 2.

1. In occasione del "Giorno della Memoria" di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinchè simili eventi non possano mai più accadere.

Il giorno della memoria per dimenticare


In occasione delle celebrazioni del Giorno della Memoria che ricorre domani, 27 gennaio 2011, mi piace offrire, all'attenzione dei lettori del blog, un testo che ritengo importante e ricco di spunti di riflessione, scritto da Walter G.Pozzi ed inserito ijn una rubrica che trovate on line "Paginauno", bimestrale di informazione culturale, politica e di letteratura.
Con la speranza che la nostra labile memoria umana non riesca mai a dimenticare la tragedia umana della Shoah, vi lascio al testo e mi preparo a riflettere con voi.
Antonella

La riduzione degli orrori del Ventennio al solo episodio delle leggi razziali, a copertura di una cultura fascista tuttora presente nelle logiche economiche e politiche

“L’intelligenza non avrà mai peso mai, / nel giudizio di questa pubblica opinione. / Neppure sul sangue dei lager otterrai, / da una delle milioni d’anime della nostra nazione, / un giudizio netto interamente indignato. / Irreale è ogni idea, irreale è ogni passione / di questo popolo ormai dissociato / da secoli, la cui soave saggezza / gli serve a vivere. Non l’ha mai liberato. / Mostrare la mia faccia, la mia magrezza. / Alzare la mia sola puerile voce / non ha più senso. La viltà avvezza / a vedere morire nel modo più atroce / gli altri con la più strana indifferenza. Io muoio, e anche questo mi nuoce.”
(Pier Paolo Pasolini)

Mancano pochi giorni al 27 gennaio, giorno della memoria. Come gli anni precedenti, sarà un tripudio di commemorazioni, non senza danni per la verità storica, purtroppo.
I treni carichi di studenti partiranno regolarmente verso i campi di concentramento, i giornali e le televisioni ne parleranno, documentari e film sulla Shoah riempiranno i programmi commemorativi, così come non mancheranno le iniziative private, per un pentimento collettivo che rimuove la colpa e salva anche chi non si è mai pentito. Poco male. Il bagno di folla, per un giorno illuderà di abitare da un’altra parte, che gli italiani non votino alla grande per Berlusconi e Lega nord.
La contraddizione non può non indurre qualche riflessione sul contributo di questa commemorazione in merito a ciò che realmente è stato il fascismo e sulla percezione che di esso oggi ne hanno gli italiani.
Anche perché, davanti all’oblio che immediatamente segue la contrizione collettiva, diventa difficile evitare di porsi un paio di dolorose domande.

Come possono conciliarsi, nella coscienza di un individuo, la commozione postuma o le lacrime tardive per le deportazioni nei lager di ebrei, zingari, omosessuali e comunisti, e l’indifferenza di fronte al razzismo grondante da ogni riga dell’ultimo pacchetto sicurezza sfornato dal governo che ha votato? Quasi non ci fosse apparentamento ideologico tra quelle deportazioni e queste leggi. E come può una persona ritrovarsi tanto sensibile il 27 gennaio di ogni anno e votare una coalizione che vince in allegra alleanza con partiti come Forza nuova e Fiamma tricolore?
È questo senso di normalità e di indifferenza, che si sta creando di fronte alla larga diffusione popolare di una cultura politica fascista, a rendere l’idea di quanto possa pesare su una popolazione una mancata resa dei conti con il proprio passato.
Tuttavia occorre precisare che di ritorno non si tratta, giacché il fascismo non è stato mai accantonato. Tenuto nascosto, questo sì – come un vecchio nonno che sbava a tavola – ma sempre ospitato in casa nell’attesa che il lungo processo di profonda rimozione subìto dagli italiani gli creasse il contesto giusto per riemergere senza dover provare più alcuna vergogna.

Ci sono state in Italia situazioni politiche, questioni di governabilità che persistono tutt’oggi, per le quali era necessario impedire il radicamento di una memoria collettiva realmente antifascista. Pure ammettendo le ambiguità che questo termine reca con sé. Difficile pensare, in effetti, che si possa essere antifascisti senza essere anche anticapitalisti.
Eppure la politica italiana è riuscita a portare avanti questa impostura e a dissimulare lo spirito fascista che ha continuato ad animare il grande capitale. E se il potere borghese insediatosi dopo la dittatura ha costantemente dimostrato di non avere alcun interesse a far ricordare, è giusto credere che ricorrenze istituzionali come il 25 aprile, il 2 giugno, il 4 novembre e il 27 gennaio rispondano attivamente a questo principio di rimozione.

Ogni ricorrenza storica istituita dal potere rientra in un sistema invisibile di comunicazione ideologica a tripla funzione: fissare una data in memoria di un fatto storico, astrarre questo fatto dal contesto politico ed economico della sua epoca e renderlo in tal modo simbolo di un valore da considerarsi assoluto.
Se è vero che da un lato ricordare le vittime della Shoah significhi riconoscere nel fascismo la complicità grave delle deportazioni degli ebrei da parte del regime, per altro verso presuppone la riduzione, attraverso una plateale ammissione di colpa, dell’orrore del Ventennio a quest’unico episodio. Anch’esso mondato e assolto, anno dopo anno come in una messa domenicale, attraverso la ripetizione irriflessiva.

Solamente un Paese con la coda di paglia avrebbe potuto inventarsi un giorno della memoria sul solo episodio della propria storia vergognosa, con il quale oltretutto era ormai divenuto impensabile non fare i conti. Non fosse altro per l’inevitabile confronto incrociato con la storia di un’altra nazione. Non c’è alcuna nobiltà nell’istituire un giorno della Shoah in Italia, quando sarebbe stato più logico istituire un giorno in ricordo delle vittime del fascismo. Al contrario vi si ritrova l’intera gamma di vizi di un potere le cui costanti storiche sono la menzogna perpetuata e la verità negata nel tempo e contro ogni evidenza.
Fingere che le leggi razziali siano state l’unico errore del fascismo, la parte cattiva, significa implicitamente affermare che gli eccidi di operai e dirigenti socialisti, le chiusure delle Camere del lavoro, l’annullamento con la forza di ogni forma di opposizione politica nel 1921, i genocidi posti in atto nella ex Jugoslavia e l’uso dei gas tossici in Etiopia non siano mai esistiti o che appartengano al sedicente fascismo buono.

Ma non esiste speranza di istituire una ricorrenza del genere, perché quel periodo storico è denso di significati che si riflettono minacciosamente nelle odierne logiche economiche.
Niente è più sbagliato del considerare il fascismo in astratto, come se fosse esclusivamente un impianto ideologico sottovuoto politico. Poteva crederci Giovanni Gentile, da buon seguace dell’idealismo, ma non ci può credere chi pensa all’economia come primo motore del mondo. In fondo, la politica al fascismo ha dato solo la forma e il nome. È più corretto semmai parlare di fascismo riferendosi al sistema di produzione e alle sue logiche aberranti.

Nel romanzo di Fred Uhlman, Niente resurrezioni, per favore, trent’anni dopo la fuga da una Germania in pieno delirio nazista e antisemita, Simon ritorna nella sua città natale. Appena sbarcato dall’aereo, entra nel bar dove era solito incontrare i compagni di studio e vi trova un vecchio amico.
Non sa di avere di fronte un ex nazista arricchitosi con la ricostruzione. Simon lo ascolta parlare in maniera convulsa dei compagni di scuola caduti in guerra: “La percentuale è più alta ancora, supera il 50%”, “21 più 3 di cui non si sa più niente e che sono dati per morti: totale 24”, anche se “chi è morto è morto e noi siamo vivi”; della città ricostruita: “Avresti dovuto vedere questi posti dopo la guerra. Ventimila morti in una sola notte. Il 65% degli edifici distrutti”; della grande ascesa economica: “Sai come abbiamo fatto? Lavorando sodo. Quattordici ore al giorno per dieci anni [...]. Prestiamo addirittura denaro all’America”; della propria attività: “Dirigo una ditta di lucido da scarpe, la più grande d’Europa, detto tra noi, ho aumentato la produzione del 27%”. Un’intera società ridotta a un mucchio di cifre in attivo, compreso il rapporto morti e vivi, nel cui conteggio mancano gli ebrei.

L’uomo che Uhlman presenta, lungi dall’essere una macchietta, è uno dei prodotti umani del dopoguerra, nato da uno Stato delegittimato dalla storia, nonché frutto sociale della ricostruzione. Del momento, cioè, in cui la Germania e i tedeschi sono diventati le ‘cavie’ di un esperimento politico ed economico, organizzato dagli Alleati, che avrebbe reso il libero mercato con le sue regole la colonna portante su cui fondare il futuro Stato tedesco. Obiettivo: introdurre in Europa i principi di quel neoliberismo i cui effetti sono oggi sotto gli occhi di tutti. Ben inteso: che il dominio economico costruisca la politica non è una novità storica. È semmai una prassi. Ma nel caso della Germania, il vero esperimento consisteva nel trattarla alla stregua di una nazione priva di storia perché si sgravasse del peso della memoria. Una tabula rasa politica ed economica ideale per innestarvi, attraverso il quotidiano circuito lavorativo, un sistema di mercato che fosse totalmente libero, creatore di nuova storia e di nuova linfa vitale a uno stato già avanzato. Una dinamica in progress che avrebbe permesso di saltare la normale gradualità storica e di mettere in moto una libertà economica assoluta, sopra la quale ancorare una sovranità politica. Lo Stato sarebbe sorto in seguito, naturalmente nella forma di una democrazia cristiana. E sarebbe stata questa nuova libertà acquisita a creare il diritto pubblico tedesco, rendendo la nazione perdente il cuore pulsante di una sofisticata evoluzione del capitalismo.

Un progetto facile da servire a una popolazione uscita sconfitta dalla guerra senza possibilità di appello. I partiti politici di destra e di sinistra, investitori, operai, padroni, sindacati, come un’unica entità compatta accettavano e si coinvolgevano nel nuovo gioco economico creando, inconsapevolmente attraverso automatismi lavorativi, un consenso a circuito chiuso che sarebbe diventato anche e soprattutto consenso politico. Una negazione della memoria storica e del conflitto sociale a tutto vantaggio di un’orgogliosa accettazione di massa della crescita economica nazionale.
Così Simon, atterrato per cercare una memoria, si ritrova nel mezzo di un rovesciamento dell’asse temporale. Il tempo della storia è diventato tempo comprato al minuto del libero mercato.

Mentre la Germania – vinta e senza una guerra di liberazione da presentare al tribunale della storia – negli anni dal ’45 al ’48 si è vista guidata per mano dagli Alleati verso la nuova forma di Stato democratico, l’Italia, grazie alla Resistenza, si è ritrovata legittimata a uscire dalla dittatura con le proprie forze. E il primo problema che il nuovo potere borghese ha dovuto affrontare è stato il conflitto di classe di cui erano portatori i partigiani rossi.
Questo voleva dire che gli occorreva trovare la maniera di trasformare in perdente una parte di coloro che avevano vinto. E per riuscirvi occorrevano due mosse iniziali: disarmare quei partigiani e trovare alleanze che garantissero il sostegno al governo De Gasperi. Entrambe questioni che Togliatti si sarebbe affrettato a risolvere. La prima grazie all’aiuto dei vertici del Cln, e la seconda direttamente, promulgando un’amnistia che avrebbe contribuito a rimettere in circolo nel sistema linfatico della politica uomini, strutture e istituzioni appartenenti al vecchio regime. Dinamica alla quale si sarebbe aggiunta la rimessa in sella dei capitani d’industria, adesso diventati democristiani. A sparare addosso agli operai, ora che non c’era più Balbo, ci avrebbe pensato il democristiano e antifascista Scelba con i suoi celerini, perché fossero chiari i valori del nuovo Stato liberale.

In questo modo, la Resistenza, che aveva legittimato l’Italia davanti alla storia, veniva spogliata di quella componente conflittuale che ideologicamente si scontrava e contraddiceva il nuovo potere borghese restauratore.
Nessun romanzo italiano ha fatto ritornare un Simon sulle tracce della memoria. Buon per lui, visto che cosa ne è stato della verità storica. Anche se, per trovare una situazione simile a quella incontrata dal suo omonimo tedesco, sarebbe dovuto tornare qualche decennio più tardi, nella prima metà degli anni Novanta, durante i giorni della concertazione.
Avrebbe visto i figli del fascismo tornare al governo, e i figli politici e i capitani d’industria della restaurazione sepolti da avvisi di garanzia e accusati di avere messo in piedi un sistema economico totalmente protetto e corrotto. Avrebbe assistito alla nascita e all’ascesa di un partito razzista e xenofobo. Avrebbe trovato i lavoratori narcotizzati e privati di una coscienza di classe, insieme a un ‘nuovo’ gruppo dirigente – questo sì, consapevole della propria forza di classe – pronto per una profonda restaurazione produttiva, che avrebbe ridotto l’impresa a semplice contenitore organizzativo di risorse, rivoluzionato il mercato del lavoro e i suoi rapporti di produzione, sconvolto l’intera struttura sociale del Paese; deciso a sferrare l’ultimo attacco ai lavoratori. Violento, seppure per altre vie, quanto lo squadrismo del 1921.

Mantenuto in vita quando sarebbe dovuto morire, il fascismo è stato dal ’45 a oggi utilizzato dal potere (inteso nella commistione mafia, politica e industria) ogni qualvolta la democrazia si dimostrava troppo debole nei confronti della piazza. Fino a renderlo, tra progetti eversivi e tentativi di golpe, presenza costante della vita sociale e politica del Paese, al punto di influenzarne le scelte e di agire, in completa complicità con gli apparati militari e i servizi segreti, in funzione di forza paramilitare nel conflitto di classe contro gli operai, con stragi ed esecuzioni mirate.
Ma non vanno dimenticati i cospicui finanziamenti provenienti da grandi industriali. È sufficiente ricordare il supporto economico, logistico e spirituale garantito, nel bresciano, dai ‘re del tondino’ negli anni Settanta a giovani neofascisti (1), o i fiumi di soldi versati nelle casse del Msi di Almirante, di Leghe, di gruppuscoli della destra eversiva, da parte di industriali, albergatori, agrari e banchieri.

La massiccia rimozione ha mostrato i suoi frutti, coloriti e sani, nel 2008. I saettanti saluti romani che hanno accolto l’elezione a sindaco di Roma di Gianni Alemanno sono stati l’inizio, non di una resurrezione giacché solo chi muore può eventualmente risorgere, ma di una rivendicazione di spazio, chiesta a chi ha raccolto politicamente l’eredità dei massacratori del Ventennio. A un uomo che crede e sostiene essere la promulgazione delle leggi razziali l’unico errore di Mussolini; lo dicono anche calciatori, attori, lo si fa credere in programmi televisivi; lo sostiene La Russa, che ancora in una commemorazione è riuscito a celebrare la brigata Nembo. Salvo poi negare in maniera indiretta la stessa faticosa ammissione, chiedendo la repressione e la deportazione di extracomunitari ogni volta che qualcuno di loro viene coinvolto in un fatto di nera, e spingendo gli italiani all’odio, com’è strategia della Lega, facendo loro credere che la disoccupazione sia colpa dello straniero che gli porta via casa e lavoro.

Tuttavia i paragoni con il 1921 e gli anni Settanta sono impropri. Mentre allora il fascismo è stato usato per prendere il potere o come strumento di difesa da parte delle classi dominanti, oggi i gruppi neofascisti, come quelli di Fiore, della Mussolini, di Tilgher, di Adinolfi o di Romagnoli, esigono una legittimazione politica. E il guaio è che dal loro punto di vista hanno persino ragione a chiederla. Perché oggi il fascismo, seppure nella sua forma più moderna realizzata nel programma della P2 di Licio Gelli, seppure riuscendo ad apparire più velato dalle maglie di fasulle maschere democratiche, c’è! Permane e affligge ancora gli italiani, compresi quelli che credono di volerlo. È qui, presente, tra le righe della riforma della giustizia, nel pacchetto sicurezza, nella militarizzazione delle città, nella distribuzione di telecamere a ogni angolo, nella social card per i poveri; c’è nel consumismo, nell’analfabetismo di ritorno, nel liberismo protetto dei capitani d’industria e nel precariato in cui essi costringono la vita dei lavoratori, nella sottocultura politica degli italiani, nelle tante celebrazioni e nelle ricorrenze che sotto sotto mirano a salvaguardarne il retroterra culturale.

E quanto la rimozione sia stata conveniente alla sinistra quanto alla destra è testimoniato dai fatti della storia più recente. A Fini ha dato occasione di riciclare se stesso e di trasformare Alleanza nazionale da partito fascista a partito conservatore – ed essere così più presentabile in Europa – al semplice prezzo di un’abiura molto ambigua e un giorno della memoria; alla sinistra ha permesso di spennare la Resistenza, per bocca di Violante, fino a denudarla completamente di qualunque connotazione rivoluzionaria, occupare così uno spazio politico di centro e vendersi definitivamente ai poteri forti del capitale.
Ai capitani d’industria, ai banchieri, agli speculatori della finanza i quali oggi, dietro la plastica della mediazione politica democratica e del cosiddetto benessere creato dal consumismo, non hanno smesso di riprodurre, nel mercato del lavoro, condizioni di sfruttamento e di controllo che da sempre negano i tanto esaltati principi democratici. Le medesime sotto il fascismo e in democrazia. Tant’è che per queste persone le cose non sono mai cambiate, visto che di qualunque regime sono i finanziatori e i diretti responsabili di quanto accade alla popolazione. Cadono i dittatori, cadono i governi, eppure loro sono sempre lì, immobili e immortali.

Peccato, comunque. Sarebbe stata una bella sorpresa per gli italiani scoprire che gli uomini del duce non hanno ucciso solamente Giacomo Matteotti come per anni hanno fatto credere loro! Che colpo accorgersi d’un tratto che la guerra civile – che c’è stata, eccome – non l’hanno iniziata i partigiani nel 1943, bensì gli industriali e gli agrari nel ’21 per difendersi dai moti del biennio rosso, durante i quali i lavoratori, i proletari e i sottoproletari avevano rivendicato dei diritti davanti ai capitalisti che si erano vergognosamente arricchiti durante la grande guerra: sfruttando gli operai fino al midollo, producendo scarpe di cartone e divise di cotone per “i coraggiosi soldati italiani” (per dirla come La Russa) mandati a morire al fronte.
Già, ma poi il fattore economico rischierebbe di diventare parte integrante della storia. Allora, magari, sarebbe tutta un’altra storia.

Walter G. Pozzi

(1) La sottile linea nera, Mimmo Franzinelli, Rizzoli


Qualche notizia sull'autore: Walter G.Pozzi


"Trent'anni della mia vita li ho buttati, per altri cinque ho dormito, e cinque, finalmente li ho vissuti" questo è quanto il monzese Walter G. Pozzi ripete a chi gli chiede qualcosa sul suo passato.
Walter G. Pozzi si forma culturalmente negli anni Ottanta, negando con forza il vuoto di valori che sta sorgendo in quel periodo storico. Pessimo studente liceale, inizia a studiare seriamente al termine degli anni scolastici, nell'idea di intraprendere la carriera di scrittore. Per questo va a vivere da solo e comincia ad affrontare in maniera traumatica il mondo del lavoro, s'improvvisa consulente finanziario, insegnante di tennis, ma si scontra immediatamente con la deludente realtà. Il suo amore per la lettura, nel frattempo, si concretizza in una passione per la scrittura sempre più intensa. Un paio di romanzi portati a termine rimangono nel cassetto, censurati dal loro stesso autore, finché, nel 1995, termina la stesura de Il corpo e l'abbandono. Cinque mesi dopo averlo proposto alla Tranchida, riceve una telefonata dell'editore che lo convoca in sede.
È l'inizio della sua carriera letteraria. Cura la pubblicazione di un libro di Proust dal titolo Personaggi e di una raccolta di racconti dello scrittore anglo-birmano Saki pubblicato con il titolo Gatti, lupi e altri animali. Nel 1997 esce il suo romanzo Il corpo e l'abbandono.
Critiche positive e incontri con il pubblico e l'idea per un nuovo lavoro che esce tre anni dopo, nel 2000, con il titolo L'infedeltà. Il discreto successo di quest'ultimo romanzo gli procura ingaggi inattesi come docente di scrittura creativa presso biblioteche e scuole che lo convincono a intraprendere una nuova carriera lavorativa maggiormente consona ai suoi interessi culturali.
E questa volta, la nuova attività gli consegna quelle soddisfazioni mai incontrate in altri lavori, e nuove energie per riprendere a scrivere.
Così, con qualche sacrificio economico, ma molto più tempo libero e disposizione, termina il suo terzo romanzo, Altri destini.

Nei romanzi di Walter G. Pozzi ricorre con frequenza la figura dell'individuo insoddisfatto, per quanto socialmente inserito, costretto da un episodio a rivedere le proprie scelte esistenziali.
I personaggi di Pozzi sembrano creati per dimostrare l'inconciliabilità tra vita e ideali e la necessità di accettare, solamente dopo avere compreso il perché dell'inevitabilità della frustrazione, e sembrano ammonire il lettore a farsi carico dell'ambiguità che sempre pervade le cose umane.

Ucciso dal male cui aveva dedicato la vita

articolo del 26 gennaio-Controsenso-

Il Dott.Ricciuti, Presidente dell'AIL stroncato da una leucemia fulminante.
Il lutto del volontariato.

Attestati di stima e di cordoglio da parte del mondo istituzionale, sanitario e del volontariato sono giunti appena la notizia della scomparsa del Dott. Francesco Ricciuti,è stata diramata.

Si è spento il 18 gennaio scorso, a Milano, dove stava combattendo contro il male che per tanti altri aveva imparato a contrastare.

Ematologo, ricercatore ed uomo impegnato nel mondo del volontariato-fondatore nel 1995 dell’Associazione Italiana Leucemia sezione di Potenza - ha rappresentato un grande punto di riferimento per la sanità lucana e non solo.

Da attento interlocutore nella discussione sul piano sanitario regionale del 1997, come pure la sua prestigiosa attività di medico e ricercatore all’ospedale San Carlo di Potenza, aveva ben compreso la necessità di rendere il servizio sanitario più efficace attraverso la collaborazione sinergica tra il mondo sanitario e quello del volontariato.

Con la sua direzione di consulente scientifico e con la collaborazione di medici specializzati ed infermieri professionali, l’AIL iniziò a svolgere il servizio di assistenza domiciliare gratuita per gli omeopatici residenti non solo nel capoluogo potentino ma anche nei paesi della provincia.

Da allora, l’obiettivo di favorire il miglioramento dei servizi e dell’assistenza socio-sanitaria ai pazienti potentini promosso dall’associazione ,ha ampliato il proprio campo di azione offrendo sostegno anche ad ammalati provenienti da paesi esteri quali Albania, Iraq, Eritrea.

Ma non solo: con l’istituzione della Casa AIL, l’associazione ospita gratuitamente i familiari degli ammalati ricoverati presso l'Ematologia dell'Azienda Ospedaliera San Carlo di Potenza, offrendo un’opportunità a tante famiglie che hanno trovato un sostegno certo.

In tal senso, la mission dell’associazione si è rivelata interessante e di forte sostegno sociale in quanto la collaborazione tra le due realtà, quella del volontariato e quella sanitaria ha fatto si che ci fosse un’ efficace interazione tra i modus operandi e agendi delle stesse.

Infatti,l’AIL Potenza, facendosi carico delle necessità degli ammalati, ha acquistato e installato gli impianti necessari per realizzare 4 camere sterili necessarie per l’autotrapianto di midollo osseo, mettendo a disposizione dell’Azienda Ospedaliera S. Carlo una cospicua somma di denaro al fine di rendere efficace e continuativa l’offerta al paziente.

Inoltre,precedentemente, l’AIL aveva donato alla Divisione di Ematologia macchine ed attrezzature per effettuare il medesimo tipo di trapianto.
tutto questo inserito in un progetto più ampio dove l’assicurare una formazione di alto profilo medico scientifico agli operatori sanitari, era, come poi si è rivelato essere, un importante passo in avanti nella ricerca delle cure per i malati leucemici.

L’evoluzione del progetto ha poi trovato riscontro in quella che è stata la scelta concertata dall’Azienda Ospedaliera e dall’AIL, di avviare un gemellaggio con l’Istituto di Ematologia dell’Università degli Studi di Perugia.,senza dimenticare l’importante supporto psicologico ai pazienti in trattamento ed ai loro familiari. Dal 2002, l’AIL Potenza, avvalendosi della collaborazione di una psicologa, assicura un valido supporto psicologico agli ammalati e alle loro famiglie, soprattutto laddove sono presenti sintomi di particolare fragilità e vulnerabilità. L’assistenza psicologica viene offerta presso l’U.O. di Ematologia dell’Ospedale San Carlo di Potenza, presso la Casa AIL e a domicilio dei pazienti e dei familiari a Potenza e in tutti i paesi della provincia. Inoltre dal marzo 2005 è attiva una convenzione con l’Università La Sapienza di Roma, per lo svolgimento del tirocinio dei laureati in psicologia.

Tutto questo, fino a qualche giorno fa , grazie anche al supporto e alla grande umanità e professionalità del Prof. Ricciuti, testimone di vita e di professionalità al servizio della gente